psicoterapeuta

Il bambino e la mancanza d’amore

Se un bambino perde un genitore perché questo muore o lo abbandona e non trova un genitore sostitutivo dello stesso sesso, avrà uno stato dell’io genitore incompleto in cui cioè esisterà un vuoto.

La stessa cosa può derivare anche da una prolungata assenza di un genitore sia fisica che psicologica. In questo caso, il vuoto lasciato dal genitore lascerà spazio all’immaginazione, infatti il bambino inizierà a costruirsi con la fantasia una madre o un padre immaginari o ideali.

“Quando non abbiamo avuto un buon padre dobbiamo crearcene uno”. Cit. Nietzsche

In realtà un bambino può crearsi un genitore assai più perfetto di quello che ha perduto o è assente. Probabilmente questo genitore immaginario sarà senza difetti, in grado di soddisfare ogni necessità, ideale in ogni senso. E diventerà tanto facile confondere questa creazione immaginaria con la realtà, che portandosi dentro l’immagine ideale del genitore assente si potrà arrivare a non trovare mai nessuno che si dimostri la sua altezza e quindi iniziare la fase di isolamento sviluppando un senso di autoefficacia compulsiva (non ho bisogno di nessuno, faccio tutto da solo).

Mediante una ricerca eseguita su adolescenti americani della media borghesia, Bronfenbrenner giunse che a concludere che i bambini i cui genitori si assentavano da casa per lunghi periodi di tempo, dal punto di vista della responsabilità e delle caratteristiche di leadership raggiungevano punteggi molto inferiori agli altri bambini. Dopo avere esaminato altre ricerche analoghe dimostrò che i bambini, in particolar modo i ragazzi, sono profondamente influenzati, soprattutto dall’assenza continua del padre.

Può capitare che una persona con uno stato dell’io genitore incompleto non apprezzi le persone dello stesso sesso del genitore perduto e le denigri o provi per esse sfiducia e ostilità.

In tal caso il giovane crescerà con un senso di perdita e non amabilità, la paura dell’abbandono potrà condizionarlo a tal punto da evitare di stringere relazioni profonde.

Fortunatamente il cervello è molto plasmabile ed adattabile ai cambiamenti..proprio per questo anche chi ha vissuto un’infanzia non troppo felice può sempre riscattare la sua felicità!!

Il segreto è uscire dal ruolo di persona abbandonata e darsi la possibilità di RICREDERSI!

Purtroppo molte persone nel momento in cui hanno la possibilità di “ricredersi” su una persona, un amore, un’amicizia e quindi ricredersi da quel destino cupo, ricadono in schemi autodistruttivi e di sabotaggio volti a riconfermargli quanto non siano degni d’amore...perché a volte spaventa di più staccarsi da certi schemi disfunzionali piuttosto che trovarne di nuovi più efficaci!

VOI NON FATE QUESTO ERRORE

psicoterapeuta

Persone Vincenti VS Persone Perdenti

In questo articolo parlerò del motivo per cui certe persone sono delle vere vincenti mentre altre sono perdenti. Prima conosceremo entrambe le tipologie di personalità e successivamente ne approfondirò le differenze ma soprattutto ti dirò come trasformarti in vincente.

Quante volte ti sarei domandato come mai certe persone risultano vincenti in tutto quello che fanno, mentre altre sembra che tutto quello che tocchino diventi fango?

Ovviamente in ognuno di noi c’è una parte da vincenti e da perdenti è impossibile pensare di essere totalmente gli uni o gli altri…però c’è in ogni persona una tendenza che prevale.

Cosa si intende con le parole “vincente” e “perdente”?

Vincente è una persona capace di reagire in modo autentico, chi è credibile, degno di fiducia, sensibile, genuino, sia come individuo che come parte della società.

Il perdente è chi non riesce ad agire con autenticità, ovvero indossa una maschera e non segue la sua naturale inclinazione.

Ogni vincente ha diverse potenzialità di vittoria, ma questa non sta nel successo ma nell’autenticità.

Vediamo qui sotto uno schema che semplifica i due identikit:

Da questo schema vediamo che sebbene “si nasca per vincere” si nasce anche indifesi e totalmente dipendenti dall’ambiente.

I vincenti riescono a passare dalla totale impotenza all’indipendenza e quindi all’interdipendenza, mentre i perdenti non ci riescono.

Come si diventa “perdenti”?

Fin da piccoli, il bambino inizia a collezionare esperienze positive e negative perlopiù legate alle sue figure di accudimento, infatti questi anni saranno significativi per avquistare un’immagina di sé vincente o perdente.

In questo ultimo caso, per esempio, la mancata risposta ai bisogni di dipendenza, una scarsa nutrizione, la brutalità, poco felici rapporti affettivi, malattie, delusioni continue, cure fisiche inadeguate, ed eventi traumatici sono alcune tra le molteplici esperienze che possono contribuire a creare dei futuri adulti perdenti.

Simili esperienze interrompono, arrestano, impediscono il normale progresso verso l’autonomia e l’autorealizzazione.

Proprio per questo il perdente, per far fronte alle esperienze negative, sin da bambino impara a manipolare.

I perdenti quindi imparano a simulare, manipolare, perpetuare vecchi ruoli dell’infanzia anche da adulti. Investono le loro energie a celarsi dietro una maschera, per offrire all’esterno un volto diverso.

“Favorire il falso sé è una cosa che avviene sempre a spese del sé reale; trattiamo quest’ultimo con disprezzo o al massimo come un parente povero”. Cit. Karen Horney

Questa citazione è importante per capire che i perdenti che simulano, danno più importanza alla loro esibizione piuttosto che alla realtà.

I perdenti reprimono le loro capacità di esprimersi adeguatamente secondo tutta la gamma dei propri comportamenti. Non riescono neppure a vedere le grandi possibilità a loro disposizione per una linea di vita più produttiva, più appagante.

Impauriti dalle novità tendono a mantenere lo status quo. Sono ripetitivi, perpetuano non solo gli errori ma spesso anche quelli della loro famiglia e della loro cultura.

Gran parte del loro potenziale rimane assopito, non realizzato, non riconosciuto.

Come il “principe ranocchio” della favola, sono legati da un incantesimo e la loro vita non è quella che poteva essere.

Ma buona notizia 🙂 si può cambiare!

Siamo noi gli unici artefici del nostro destino e possiamo cambiare il modo di vedere la nostra vita, gli altri, il mondo!

Quindi concediti di essere te stesso, posa quella maschera di compiacenza, di rigidità e comportati come avresti fatto da bambino e se anche da bambino eri controllato prova ad immaginarti come un bambino spontaneo che agisce senza paura di essere sgridato, giudicato, umiliato, biasimato e rompi la tua routine da perdente, introietta dentro di te l’immagine di un nuovo bambino spontaneo che ogni tanto ha bisogno di uscir fuori per godersi la vita.

Puoi anche fare degli esperimenti, per esempio prova ad iniziare una conversazione dove dici quello che realmente pensi, senza prevaricare e/o aggredire l’altro ma con sincero interesse nell’aprire il vero te all’altro e conoscere a tua volta l’altro per le sue peculiarità; mentre ascolti l’altro che parla, interessati DAVVERO a quello che dice e sospendi il giudizio (spesso è proprio chi ha paura di essere giudicato che impara a giudicare per difendersi) esci da questo schema antico, e creane di nuovi, vedrai come ti sentirai meglio!!!

Si può sempre RICOMINCIARE ad essere FELICI♥️

psicoterapeuta

La parola dell’aquila di James Aggrey

In questo articolo ti racconterò la parola dell’aquila di James Aggrey.

La parabola ti aiuterà a riflettere sul tuo potenziale e ad imparare a “sentire” ciò che sei e ciò per cui sei nato. Spesso le persone che ci accudiscono possono appiccicarci un “copione” che non ci appartiene e che ci fa vivere con il freno a mano.

Quello che possiamo fare e decidere di cambiare il nostro destino e diventare ciò che realmente Vogliamo, senza farci influenzare da vecchi schemi e spiccare il volo verso il nostro vero sé.

Tu per esempio, sei soddisfatto della tua vita? senti di aver perso la speranza di inseguire i tuoi sogni?

Prova a pensare a chi sei davvero e inizia a camminare per incontrarti, ogni tanto le vecchie abitudine torneranno a bussarti alla porta, alcune volte, aprirai, altre potrai ricordarti chi sei diventato e concederti di non aprire a schemi disfunzionali che fino adesso ti hanno fatto stare male, solo tu puoi concederti di cambiare e vivere felicemente la vita che meriti.

“Un giorno un uomo, attraversando la foresta, trovò un aquilotto, lo portò a casa e lo mise nel pollaio dove imparò presto a beccare il mangime delle galline a comportarsi come loro. Un giorno un naturalista, che si trovò a passare di là, chiese come mai un’aquila, la regina degli uccelli, si fosse ridotta nel pollaio a vivere con le galline. “Perché l’ho nutrita con il mangime delle galline le ho insegnato ad essere una galline, e non ha imparato a volare” replicò il proprietario; “si comporta come una gallina e dunque non è più un’aquila.”
“Tuttavia, insistette il naturalista, Possiede ancora il cuore di un’aquila e può certamente imparare a volare”.
“Dopo averne parlato a lungo, i due si trovarono d’accordo nel voler scoprire se ciò era possibile. Il naturalista prese con delicatezze l’aquila fra le braccia e le disse: “Tu appartieni al cielo, non alla terra. Spiega le ali e vola”.
“Ma l’aquila si sentiva piuttosto confusa. Non sapeva bene chi era e, vedendo le galline che beccavano il mangime, saltò giù e si unì a loro.
Per niente scoraggiato, il naturalista tornò il giorno dopo a riprendere l’aquila, la portò sul tetto della casa e la incitò di nuovo dicendo: “ Tu sei un’aquila. Apri le ali e vola “. Ma l’aquila aveva paura di questo nuovo se stesso che non conosceva il mondo; ancora una volta saltò giù e andò a beccare il mangime.
Il terzo Giorno il naturalista si alzò di buon’ora, andò a prendere l’aquila e la portò in cima ad una montagna. Lì sollevò in alto la regina degli uccelli e cercò di incoraggiarla dicendo: “ sei un’aquila, appartieni al cielo e alla terra, apri ora le tue ali e vola”.
L’aquila si guardò intorno, guardò in giù verso il pollaio, guardò in su verso il cielo. Ma non volò ancora. Allora il naturalista la sollevò verso il sole e l’aquila incominciò a tremare e piano piano apri le ali. Infine, con un grido trionfante, spiccò il volo verso il cielo.
Può darsi che l’Aquila ricordi ancora le galline con nostalgia; può darsi anche che di tanto in tanto torni a fare visita nel pollaio. Ma per quanto si sa non è più tornata a vivere come una gallina. “