psicoterapeuta

L’attaccamento secondo Patricia Crittenden

In questo articolo parlerò dell tema attaccamento secondo Patricia Crittenden.

Quante volte avrete sentito parlare di attaccamento?

In psicologia l’attaccamento è uno degli argomenti più importanti per conoscere la persona che si ha davanti.

Per questo oggi voglio porre il focus sul MODELLO DINAMICO MATURATIVO (DMM) DI PATRICIA CRITTENDEN un’allieva di Mary Ainsworth.

Il modello circolare della Crittenden è diviso tra configurazioni “Cognitive” e “Affettive”.

Ovvero agli estremi del continuum del modello possiamo trovare, bambini cresciuti in famiglie anaffettive che si affidano solo alla ragione (tipo A) e bambini cresciuti in famiglie emotive e poco razionali (Tipo C).

Tra questi due estremi esistono diverse sfumature tra cui l’attaccamento di tipo B, nel quale coesistono entrambi gli elementi razionali che emotivi.

Il modello della Crittenden viene chiamato dinamico perché da particolare importanza ai mutamenti nella qualità dell’attaccamento nei diversi stadi evolutivi. Negli anni si può variare.

Vediamo meglio i vari tipi di attaccamento:

• Tipo B (sicuro equilibrato) Le strategie familiari B sono equilibrate, ovvero il bambino impara ad integrare risposte cognitive ed affettive. I genitori sono sempre disponibili a rispondere ai bisogni dei figli e sono la base sicura che permette al bambino di esplorare l’ambiente senza preoccupazioni, infatti, il bambino avrà la sicurezza di trovare sempre conforto cognitivo ed affettivo nei genitori.

• Tipo A (evitante) inteso come soggetto che inibisce le manifestazioni affettive negative e si comporta in modi prevedibili. I bambini evitanti assumono nei confronti dei genitori dei comportamenti che presentano inversioni di ruolo e li assecondano con modalità di obbedienza compulsiva per non perdere il loro amore e la loro attenzione. Gli evitanti possono essere bambini (compulsivamente accudenti) che hanno genitori ritirati, poco responsivi, depressi. La loro strategia è di nascondere i loro stati affettivi negativi, con lo scopo di evitare un sovraccarico del genitore che di per sé è già sgomentato configurando l’inversione dei ruoli.

I bambini con attaccamento evitante possono anche essere (compulsivamente obbedienti) se hanno genitori aggressivi, ostili, punitivi.

In questo caso, hanno imparato ad osservare con molta attenzione il genitore per capire cosa lui vuole in ogni dato momento e non appena lo capisce obbedisce. Non importa ciò che sente o ciò che vuole il bambino stesso, egli fa ciò che mantiene il genitore in uno stato di soddisfazione. Tutti i bambini che utilizzano strategie A possono prevedere in maniera precisa cosa sta per fare il genitore e usare manifestazioni affettive falsamente positive per impedire risultati negativi, i loro veri sentimenti vengono nascosti attentamente.

I bambini con attaccamento A hanno imparato ad affidarsi alla “ragione” a discapito della parte emotiva.

• Tipo C (ambivalente) i bambini che hanno questo tipo di attaccamento possono diventare dipendenti, collerici o paurosi poiché le figure di attaccamento sono incostanti e non riescono a dare loro una prevedibilità dei comportamenti creando incomprensioni.

I bambini con attaccamento C, possono essere (aggressivi) o apparire (fintamente incompetenti) deboli, passivi, incapaci di fare qualunque cosa.

Il risultato di queste manifestazioni affettive amplificate è di attrarre l’attenzione delle figure di attaccamento. Quando l’attenzione dei genitori sta per diminuire loro passano nel versante opposto di manifestazioni affettive: chi fino a quel momento si è mostrato aggressivo diventerà mansueto e vulnerabile, mentre che era debole ed incompetente diventerà rivendicativo e offeso. In queste oscillazioni si riesce a mantenere alta l’attenzione dell’adulto.

Questo argomento è molto vasto e quindi risulta impossibile dare tutte le informazioni specifiche attraverso un articolo, ma ci tenevo a darvi una prima infarinatura su un tema così importante.

Se vi fa piacere approfondire l’argomento scrivetemi sui commenti o in direct.

Dott.ssa Ilaria Pavoni

psicoterapeuta

Il bambino e la mancanza d’amore

Se un bambino perde un genitore perché questo muore o lo abbandona e non trova un genitore sostitutivo dello stesso sesso, avrà uno stato dell’io genitore incompleto in cui cioè esisterà un vuoto.

La stessa cosa può derivare anche da una prolungata assenza di un genitore sia fisica che psicologica. In questo caso, il vuoto lasciato dal genitore lascerà spazio all’immaginazione, infatti il bambino inizierà a costruirsi con la fantasia una madre o un padre immaginari o ideali.

“Quando non abbiamo avuto un buon padre dobbiamo crearcene uno”. Cit. Nietzsche

In realtà un bambino può crearsi un genitore assai più perfetto di quello che ha perduto o è assente. Probabilmente questo genitore immaginario sarà senza difetti, in grado di soddisfare ogni necessità, ideale in ogni senso. E diventerà tanto facile confondere questa creazione immaginaria con la realtà, che portandosi dentro l’immagine ideale del genitore assente si potrà arrivare a non trovare mai nessuno che si dimostri la sua altezza e quindi iniziare la fase di isolamento sviluppando un senso di autoefficacia compulsiva (non ho bisogno di nessuno, faccio tutto da solo).

Mediante una ricerca eseguita su adolescenti americani della media borghesia, Bronfenbrenner giunse che a concludere che i bambini i cui genitori si assentavano da casa per lunghi periodi di tempo, dal punto di vista della responsabilità e delle caratteristiche di leadership raggiungevano punteggi molto inferiori agli altri bambini. Dopo avere esaminato altre ricerche analoghe dimostrò che i bambini, in particolar modo i ragazzi, sono profondamente influenzati, soprattutto dall’assenza continua del padre.

Può capitare che una persona con uno stato dell’io genitore incompleto non apprezzi le persone dello stesso sesso del genitore perduto e le denigri o provi per esse sfiducia e ostilità.

In tal caso il giovane crescerà con un senso di perdita e non amabilità, la paura dell’abbandono potrà condizionarlo a tal punto da evitare di stringere relazioni profonde.

Fortunatamente il cervello è molto plasmabile ed adattabile ai cambiamenti..proprio per questo anche chi ha vissuto un’infanzia non troppo felice può sempre riscattare la sua felicità!!

Il segreto è uscire dal ruolo di persona abbandonata e darsi la possibilità di RICREDERSI!

Purtroppo molte persone nel momento in cui hanno la possibilità di “ricredersi” su una persona, un amore, un’amicizia e quindi ricredersi da quel destino cupo, ricadono in schemi autodistruttivi e di sabotaggio volti a riconfermargli quanto non siano degni d’amore...perché a volte spaventa di più staccarsi da certi schemi disfunzionali piuttosto che trovarne di nuovi più efficaci!

VOI NON FATE QUESTO ERRORE

psicoterapeuta

Persone Vincenti VS Persone Perdenti

In questo articolo parlerò del motivo per cui certe persone sono delle vere vincenti mentre altre sono perdenti. Prima conosceremo entrambe le tipologie di personalità e successivamente ne approfondirò le differenze ma soprattutto ti dirò come trasformarti in vincente.

Quante volte ti sarei domandato come mai certe persone risultano vincenti in tutto quello che fanno, mentre altre sembra che tutto quello che tocchino diventi fango?

Ovviamente in ognuno di noi c’è una parte da vincenti e da perdenti è impossibile pensare di essere totalmente gli uni o gli altri…però c’è in ogni persona una tendenza che prevale.

Cosa si intende con le parole “vincente” e “perdente”?

Vincente è una persona capace di reagire in modo autentico, chi è credibile, degno di fiducia, sensibile, genuino, sia come individuo che come parte della società.

Il perdente è chi non riesce ad agire con autenticità, ovvero indossa una maschera e non segue la sua naturale inclinazione.

Ogni vincente ha diverse potenzialità di vittoria, ma questa non sta nel successo ma nell’autenticità.

Vediamo qui sotto uno schema che semplifica i due identikit:

Da questo schema vediamo che sebbene “si nasca per vincere” si nasce anche indifesi e totalmente dipendenti dall’ambiente.

I vincenti riescono a passare dalla totale impotenza all’indipendenza e quindi all’interdipendenza, mentre i perdenti non ci riescono.

Come si diventa “perdenti”?

Fin da piccoli, il bambino inizia a collezionare esperienze positive e negative perlopiù legate alle sue figure di accudimento, infatti questi anni saranno significativi per avquistare un’immagina di sé vincente o perdente.

In questo ultimo caso, per esempio, la mancata risposta ai bisogni di dipendenza, una scarsa nutrizione, la brutalità, poco felici rapporti affettivi, malattie, delusioni continue, cure fisiche inadeguate, ed eventi traumatici sono alcune tra le molteplici esperienze che possono contribuire a creare dei futuri adulti perdenti.

Simili esperienze interrompono, arrestano, impediscono il normale progresso verso l’autonomia e l’autorealizzazione.

Proprio per questo il perdente, per far fronte alle esperienze negative, sin da bambino impara a manipolare.

I perdenti quindi imparano a simulare, manipolare, perpetuare vecchi ruoli dell’infanzia anche da adulti. Investono le loro energie a celarsi dietro una maschera, per offrire all’esterno un volto diverso.

“Favorire il falso sé è una cosa che avviene sempre a spese del sé reale; trattiamo quest’ultimo con disprezzo o al massimo come un parente povero”. Cit. Karen Horney

Questa citazione è importante per capire che i perdenti che simulano, danno più importanza alla loro esibizione piuttosto che alla realtà.

I perdenti reprimono le loro capacità di esprimersi adeguatamente secondo tutta la gamma dei propri comportamenti. Non riescono neppure a vedere le grandi possibilità a loro disposizione per una linea di vita più produttiva, più appagante.

Impauriti dalle novità tendono a mantenere lo status quo. Sono ripetitivi, perpetuano non solo gli errori ma spesso anche quelli della loro famiglia e della loro cultura.

Gran parte del loro potenziale rimane assopito, non realizzato, non riconosciuto.

Come il “principe ranocchio” della favola, sono legati da un incantesimo e la loro vita non è quella che poteva essere.

Ma buona notizia 🙂 si può cambiare!

Siamo noi gli unici artefici del nostro destino e possiamo cambiare il modo di vedere la nostra vita, gli altri, il mondo!

Quindi concediti di essere te stesso, posa quella maschera di compiacenza, di rigidità e comportati come avresti fatto da bambino e se anche da bambino eri controllato prova ad immaginarti come un bambino spontaneo che agisce senza paura di essere sgridato, giudicato, umiliato, biasimato e rompi la tua routine da perdente, introietta dentro di te l’immagine di un nuovo bambino spontaneo che ogni tanto ha bisogno di uscir fuori per godersi la vita.

Puoi anche fare degli esperimenti, per esempio prova ad iniziare una conversazione dove dici quello che realmente pensi, senza prevaricare e/o aggredire l’altro ma con sincero interesse nell’aprire il vero te all’altro e conoscere a tua volta l’altro per le sue peculiarità; mentre ascolti l’altro che parla, interessati DAVVERO a quello che dice e sospendi il giudizio (spesso è proprio chi ha paura di essere giudicato che impara a giudicare per difendersi) esci da questo schema antico, e creane di nuovi, vedrai come ti sentirai meglio!!!

Si può sempre RICOMINCIARE ad essere FELICI♥️

psicoterapeuta

La parola dell’aquila di James Aggrey

In questo articolo ti racconterò la parola dell’aquila di James Aggrey.

La parabola ti aiuterà a riflettere sul tuo potenziale e ad imparare a “sentire” ciò che sei e ciò per cui sei nato. Spesso le persone che ci accudiscono possono appiccicarci un “copione” che non ci appartiene e che ci fa vivere con il freno a mano.

Quello che possiamo fare e decidere di cambiare il nostro destino e diventare ciò che realmente Vogliamo, senza farci influenzare da vecchi schemi e spiccare il volo verso il nostro vero sé.

Tu per esempio, sei soddisfatto della tua vita? senti di aver perso la speranza di inseguire i tuoi sogni?

Prova a pensare a chi sei davvero e inizia a camminare per incontrarti, ogni tanto le vecchie abitudine torneranno a bussarti alla porta, alcune volte, aprirai, altre potrai ricordarti chi sei diventato e concederti di non aprire a schemi disfunzionali che fino adesso ti hanno fatto stare male, solo tu puoi concederti di cambiare e vivere felicemente la vita che meriti.

“Un giorno un uomo, attraversando la foresta, trovò un aquilotto, lo portò a casa e lo mise nel pollaio dove imparò presto a beccare il mangime delle galline a comportarsi come loro. Un giorno un naturalista, che si trovò a passare di là, chiese come mai un’aquila, la regina degli uccelli, si fosse ridotta nel pollaio a vivere con le galline. “Perché l’ho nutrita con il mangime delle galline le ho insegnato ad essere una galline, e non ha imparato a volare” replicò il proprietario; “si comporta come una gallina e dunque non è più un’aquila.”
“Tuttavia, insistette il naturalista, Possiede ancora il cuore di un’aquila e può certamente imparare a volare”.
“Dopo averne parlato a lungo, i due si trovarono d’accordo nel voler scoprire se ciò era possibile. Il naturalista prese con delicatezze l’aquila fra le braccia e le disse: “Tu appartieni al cielo, non alla terra. Spiega le ali e vola”.
“Ma l’aquila si sentiva piuttosto confusa. Non sapeva bene chi era e, vedendo le galline che beccavano il mangime, saltò giù e si unì a loro.
Per niente scoraggiato, il naturalista tornò il giorno dopo a riprendere l’aquila, la portò sul tetto della casa e la incitò di nuovo dicendo: “ Tu sei un’aquila. Apri le ali e vola “. Ma l’aquila aveva paura di questo nuovo se stesso che non conosceva il mondo; ancora una volta saltò giù e andò a beccare il mangime.
Il terzo Giorno il naturalista si alzò di buon’ora, andò a prendere l’aquila e la portò in cima ad una montagna. Lì sollevò in alto la regina degli uccelli e cercò di incoraggiarla dicendo: “ sei un’aquila, appartieni al cielo e alla terra, apri ora le tue ali e vola”.
L’aquila si guardò intorno, guardò in giù verso il pollaio, guardò in su verso il cielo. Ma non volò ancora. Allora il naturalista la sollevò verso il sole e l’aquila incominciò a tremare e piano piano apri le ali. Infine, con un grido trionfante, spiccò il volo verso il cielo.
Può darsi che l’Aquila ricordi ancora le galline con nostalgia; può darsi anche che di tanto in tanto torni a fare visita nel pollaio. Ma per quanto si sa non è più tornata a vivere come una gallina. “

psicoterapeuta

Il nostro cammino!

A volte credo ci voglia molta paziente nel decidere di stare accanto a me, accanto intendo davvero accanto, significa camminare di pari passo, senza saltare un gradino, significa entrare in cuniculi oscuri e paurosi, significa prendere una strada e a metà decidere di tornare indietro per imboccare quel sentiero sterrato incontrato km dietro, significa scalare montagne, fare pace con i propri demoni, significa spogliarsi delle proprie verità per costruirne di nuove! In questo lungo tragitto molte persone mi hanno accompagnato: molte si sono lasciate rapire da altri profumi, colori e hanno cambiato rotta, altri hanno rallentato per prendersi una pausa, altri hanno corso fino a perdere il fiato ma sono inciampati, tanti semplicemente non erano più felici nel proseguire insieme a me, altri buttavano fango e pietre per ostacolarmi e ho combattuto per lasciarli alle mie spalle, eppure di tutte queste persone ne ricordo ogni istante, perché il loro incontro per me è stato indispensabile, si dice che ogni persona entra nella nostra vita per un motivo, ed ognuna in me ha lasciato un segno..ma nel tempo ho capito che continuare a camminare voltandomi indietro mi faceva inciampare, perdere la strada, per alcune persone ho perfino deciso di sedermi a terra ad aspettarle, alcune sono arrivate altre non lo hanno mai fatto, e non sono mai tornate, così un giorno mi sono di nuovo alzata con la convinzione che forse doveva andare così, che non potevo decidere sulla vita degli altri, d’altronde amare significa lasciare liberi di scegliere, mi sono fatta forza del fatto che forse, un giorno avrei rincontrato chi voleva esserci, che anche se le strade per un momento si erano divise, chi voleva ci sarebbe comunque stato, che in fondo chi mi conosceva sapeva la strada che avrei battuto! Ad oggi sul mio cammino posso dire che ci sono poche persone, meno di quelle che mi aspettavo da adolescente, negli anni delle grandi comitive e del “amici di tutti”, ma chi c’è è chi c’è sempre stato! Poi c’è chi si è aggiunto negli anni e ha sposato le mie idee, e poi c’è chi ha deciso di prendermi sotto braccio e non lasciarmi più..

Ecco oggi per la prima volta vorrei dedicare questo testo a quella persona che mi ha preso per braccio e a differenza degli altri non mi ha solo accompagnato, ma è anche caduto con me, rialzato con me, ha sbagliato con me e ha trovato alternative insieme a me, quella persona a volte mi ha anche urlato di non proseguire su quel sentiero pericoloso ma alla fine mi ha ugualmente seguito, devo ammettere che a volte aveva ragione era davvero tanto spaventoso quel sentiero ma insieme lo abbiamo fatto tutto e così ho imparato a tornare indietro senza pensare fosse una sconfitta, ma solo un nuovo inizio questa volta da scegliere INSIEME!

Lasciati contaminare da tutte le anime che incontri, non importa quanto tempo faranno parte della tua vita, quel momento sarà prezioso! Lasciati aiutare, e trova un compagno con il quale condividere il tuo viaggio perché in due si hanno 4 gambe e si può andare più lontano! Se hai un obiettivo non lasciarti confondere da quello che non ti serve, continua dritto, non appesantire il tuo bagaglio, nel tempo ti accorgerai di aver perso tante persone, ma ricorda quante di nuove ne hai trovate, sii sempre pronto a lasciare andare il vecchio e ad accogliere il nuovo..la vita è meravigliosa e quello che vuole insegnarti, forse (non è detto) lo scoprirai soltanto con il tempo, quindi ora tu continua a camminare!

psicoterapeuta

Le applicazioni che esorcizzano le nostre paure!

Oggi voglio parlare della nuova app in voga tra artisti e personaggi famosi…#Faceapp!

..”Alzi la mano chi non ha provato ad invecchiarsi e vedersi tra 40 anni!”

Mi ha incuriosito molto questa “moda” perché dietro il gioco c’è sempre qualcosa! Noi psicologi siamo abituati a vedere sempre oltre, e trovare il profondo anche nelle cose semplici e goleardiche come una semplice app, ma l’interesse massiccio nel vederci nel futuro mi ha stupito! Infatti spesso si parla di difficoltà nel vivere qui ed ora..e se negli anni ‘90 le generazioni erano particolarmente bloccate nei tempi “passati” nelle memorie e nei ricordi, ad oggi l’interesse sembra essere quello di “bruciare le tappe” dimenticare le proprie radici per proiettarsi in un tempo senza tempo futuro che distrugge l’attaccamento alla realtà.

Penso che da una parte vedersi da anziani possa tranquillizzare da quella paura delle incognite della vita, è un pò come giocarsi la possibilità di sopravvivenza alla morte. D’altronde chi non è spaventato dalla vecchiaia e dalla morte? Questa applicazione mi fa venire in mente il gioco simbolico che mettono in atto i bambini quando scoprono il concetto di morte e iniziano a mettersi nei panni degli adulti che sperimentano un lutto: emulando un film, una scena…questo è catartico per loro, diventa un’esorcizzazione alle paure, infatti, c’è una fase di vita in cui i piccoli si appassionano ai film horror, questo proprio perché sperimentare le emozioni degli “altri” li aiuta ad acquisire consapevolezza sulle proprie competenze e a sviluppare in seguito una propria teoria della mente! Credo che questa app ci aiuti un pò in questo, infatti guardare la nostra faccia da anziani ci aiuta a fantasticare sul nostro futuro e a guardare con distacco le nostre paure, direi che è consolatorio.

Il motivo reale per cui volevo spendere due parole su questa app è perché credo che se da una parte vorremmo arrivare tutti a vivere la terza età ad oggi è ancora una cosa che spaventa molto. Specialmente in una società performante, che nega la vecchiaia, si va in pensione sempre più tardi proprio per allungare il periodo dell’età adulta e prendere sempre di più le distanze dall’entrata alla terza età. Non dimentichiamo che questa società non è fatta per gli anziani che spesso si trovano a vivere sia nei margini sociali ed economici, e vengono considerati un fardello sociale! quindi e importante parlare di questo tema specialmente ora che è estate e queste persone possono restare particolarmente sole non potendo viaggiare e stare con i propri famigliari e sentirsi maggiormente escluse e tristi! Quindi ho una speranza: che questa applicazione ci possa aiutare ad empatizzare di più con i bisogni dei nostri cari vecchietti, che vedere il nostro sè anziano ci aiuti a leggere in loro di più i desideri e le paure e diventare quindi più umani con i “vecchi” che hanno bisogno di noi!

Nella prima foto, io da anziana, nella seconda, io e nonno♥️

psicologa roma

La fame emotiva

La fame emotiva è quel desiderio istintuale che spinge le persone ad abbuffarsi fino a star male, senza una reale attivazione fisiologica della fame, spesso quel vuoto viene associato allo stimolo della fame, ma in realtà rappresenta l’esprimersi di un’emozione che non viene riconosciuta e che disturba a tal punto da doverla mettere a tacere, riempiendo il corpo con qualcosa.

Gratificarsi con il cibo però è qualcosa di antico, che abbiamo scritto nel dna, non è un caso ci si voglia confortare con del cibo essendo il bisogno primario per eccellenza senza il quale non potremmo sopravvivere, soprattutto perché è stato il primo mezzo capace di farci avvicinare alla nostra mamma attraverso l’allattamento, abbiamo imparato ad associare cibo=calore emotivo, per questo può capitare che nei momenti dove ci si percepisce più soli, tristi, desolati, ansiosi, si ricerca quel bisogno che da piccoli ha confortato e fatto smettere di piangere. Anche la cultura e i riti sociali non hanno aiutato in questo, infatti il cibo si è iniziato ad associare alle festività, lo stare insieme, le feste, i compleanni! Ogni ricorrenza è sempre legata al cibo! Per sbloccare questo circolo vizioso è fondamentale imparare a conoscere le proprie emozioni e in particolare quelle che si associano di più alla fame emotiva.

Vediamo di seguito come negli anni diversi studiosi si sono occupati di collegare emozioni e cibo.

Da sempre l’emozione maggiormente associata alla fame è stata l’ansia, ne sono un esempio gli studi di Harold Kaplan ed Helen Singer Kaplan. Eppure il legame tra ansia e fame non è lineare, infatti in un’indagine del 1957 di Joyce Slochower si chiarì che l’ansia capace di attivare la fame emotiva era un’ansia pervasiva e diffusa difficile da attribuire a qualcosa, mentre al contrario l’ansia legata ad un esame, ad un compito non portava le persone a sperimentare fame emotiva. Quindi conoscere il motivo della tua ansia è fondamentale per ridurre la fame emotiva.

Ci sono diverse tecniche per contrastare l’ansia:

•l’esposizione allo stimolo:

Restare ad ascoltare le proprie emozioni potrebbe essere un primo passo per imparare e conoscerle meglio, ed avere meno paura di esse e delle proprie conseguenze.

•Intenzione paradossale:

L’ansia implica l’aspettativa che avvenga qualcosa di terribile. Il turbamento emotivo avviene quando ci si preoccupa e si cerca di evitare questo evento temuto. L’intenzione paradossale è impegnarsi nel far si che succeda quella cosa terribile e temibile (Impegnati nello svenire).

•Distrazione:

Se si ha fame e non si riusce ad individuare l’emozione è importante usare tecniche di distrazione. Fare un rompicapo, leggere un libro, guardare delle foto, fare un hobby per il quale non si ha mai tempo.

•Rilassamento:

15 anni fa Edmund Jacobson dimostrò che gli esercizi di rilassamento riducevano il battito cardiaco e la pressione del sangue, utili per rilassarsi e ripristinare uno stato di quiete. (Prova a fare 10 respiri diaframmatici).

•Mindfulness eating

Ovvero mangiare in modo consapevole, iniziate provando a mettere attenzione su un piccolo pasto e poi estendetelo a tutto. Mangiare in modo consapevole aiuta a stare sul momento a gustare il cibo senza andare oltre con la mente; iniziate usando tutti i sensi, guardate il cibo, il suo colore, sentite la consistenza con le mani, odoratelo e sentite il rumore che fa a contatto con i vostri denti, gustatene il sapore, l’aroma.

Per fare questo ci vuole molta pratica, potrete trovare molti libri interessanti sull’argomento.

•Attivarsi su cose piacevoli

La noia è molto correlata con la fame emotiva, questo significa che la persona che non ha una vita gratificante e trascorre le ore della giornata a fare attività che non gli piacciono deve ricorrere a qualcosa di “veloce” per ripristinare uno stato emotivo piacevole, quale cosa migliore di un cibo saporito? Ricorrere al cibo per trovare un po di gioia però non é molto utile per superare le proprie difficoltà e tanto meno salutare, quindi, se ti ritrovi tra i mangiatori emotivi annoiati ti consiglio di stilare una lista di alternative che possano gratificarti al posto del cibo (un bagno caldo? Un massaggio?).

Ora che abbiamo imparato a contrastare l’ansia e la noia, ti vorrei parlare dei studi che si sono impegnati nel verificare l’attivazione della fame con la sperimentazione di determinate emozioni.

Per esempio, una ricerca degli psicologi della Chicago Medical School dimostrarono che guardare film horror e quindi attivare la paura nelle persone le portava a mangiare più cibo rispetto a chi invece guardava un film spiritoso.

La relazione tra paura e fame non è l’unica valida, infatti, è importante anche lo studio che correla restrizione nutritiva con sentimenti depressivi. La ricerca di Polivy e Herman dimostrò che le persone che vivevano forti restrizioni alimentari sperimentavano una maggiore depressione e una maggior difficoltà a dimagrire mentre le persone disinibite sulla dieta alimentare erano più allegre e mangiavano meno nei momenti di tristezza.

Lo studio di Robert Weiss, analizzò il collegamento tra la solitudine e la fame emotiva, in questo studio evidenziò come alcune persone avevano imparato ad associare il cibo alla compagnia, al conforto, alla rassicurazione, al senso di calore e benessere, obiettivo in questo caso sarebbe quello di aiutare la persona a sviluppare rappori sociali più profondi. Anche la rabbia è stata studiata e Richard Stuard ne concordò che mangiare è un modo per esprimerla, specialmente per quelle persone poco assertive che non si concedono di provare rabbia.

Per capire che tipo di emozione ti spinge a mangiare in maniera compulsiva ti propongo di tenere un diario sulla fame emotiva, puoi usare come schema quello che ti propongo di seguito:

Giorno e ora

Antecedente

Luogo

Persone presenti

Emozione

Pensiero

Comportamento

Per rendere utile il diario prima di tutto è importante:

1. Annotare il giorno e l’ora in cui hai più difficoltà nel resistere alla fame emotiva

2. Individuare l’antecendente (quell’interazione precedente che ti ha lasciato un’emozione)

3. Il posto dove hai consumato il pasto

4. Le persone che erano presenti

5. Qual’era l’emozione che provavi

6. Quali pensieri ti sono venuti in mente? Cosa hai pensato di te? Come ti sei percepito?

7. Che comportamento hai messo in atto dopo.

Ricordati la consapevolezza è il primo passo per migliorarsi!