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Disturbi specifici dell’apprendimento

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Scopri i vantaggi di una diagnosi tempestiva e di un intervento mirato, infatti i dsa potrebbero essere invalidanti per un bambino che entra nel mondo scolastico se non riconosciuti e senza un insieme di strategie per arginarli.

Non vergognarti di chiedere aiuto o chiarimenti sugli strumenti compensativi e dispensativi che puoi usare per aiutare tuo figlio, il tuo alunno.

Ogni bambino con dsa ha il DIRITTO di essere facilitato nei compiti e avere un programma scolastico personalizzato.

Circondatevi da una rete professionale in grado di aiutarvi e sostenere il bambino, è fondamentale che genitori, insegnanti, psicologo e altri terapisti lavorino in team per raggiungere come obiettivo comune: IL BENE del bambino.

Iscriviti sui gruppi fb che parlano di dsa e condividi con altri utenti i tuoi dubbi e perplessità!

Dott.ssa Ilaria Pavoni

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La storia di una perdita preannunciata

Quando la persona smonta le sue relazioni affettive per la paura della perdita!

Questo comportamento paradossale, è tipico nelle persone che hanno paura di perdere la persona amata, e per questo sono soliti sperimentare relazioni non autentiche! Vi è mai capitato di ascoltare la frase classica:”non amo per non soffrire“?

Questa frase è tipica di persone con atteggiamenti autodistruttivi, coloro che temono la perdita in termini catastrofici, il tema è così tanto radicato nella loro storia personale che riguarda il tema della loro amabilità.

La perdita quindi non riguarderebbe solo il malessere di un allontanamento della persona cara, ma sarebbe il risultato di un’ulteriore sconfitta legata al senso di sè, ovvero di persona senza valore, che non “merita di essere amata”! Questa convinzione a volte inconscia spinge le persone a diffidare dell’amore incondizionato ricercando sempre una causa legata all’aspetto opportunistico e strumentale di esso; il pensiero “diffidente” porterebbe la persona a ricercare minuziose prove di amabilità e continue messe alla prova dell’altro che dovrebbe apparire un perfetto alleato nella lotta contro il mondo! Ma cosa succede se l’altro non conferma alla perfezione il senso di totalizzante appartenenza alle convinzioni dell’altro?

Semplice, viene allontanato, poichè non rappresenta la persona idealizzata che può eliminare il grande senso di “non amabilità” che si ha appiccicato addosso.

In questo caso, la persona metterà in atto una serie di comportamenti volti all’allontanamento dall’altro, farà del tutto per smontare l’amore tanto professato, facendo cose imperdonabili che confermino nuovamente la propria convinzione di persona che non merita di essere amata. Quindi non è un caso se la paura di vivere una perdita porta a sperimentare una perdita reale. 

Questo senso di sconfitta preannunciata spinge la persona a mettersi nella condizione stessa di anticipare la fine della sua storia.

Ma da dove nasce questo grande paura della perdita?

Questo è un tema che sicuramente ha radici arcaiche, legate all’infanzia della persona che lo sperimenta; si può rintracciare in quelle persone che hanno vissuto e hanno sperimentato un allontanamento fisico o emotivo con una delle figure di attaccamento nella loro prima fase di vita. Queste persone vivrebbero un senso di “solitudine epistemologica” che lascia credere all’individuo che debba comportarsi in maniera tale da poter contare soltanto sulle proprie forze e sperimentando un senso di perdita costante nel legame. Questo tipo di comportamento venne studiato da Bowlby, quando notò i sentimenti di disperazione nei bambini che a causa di ospedalizzazione venivano allontananti per un determinato periodo dai loro genitori. 

Da adulti le emozioni che maggiormente sperimenteranno saranno quelle della rabbia e della disperazione, non avendo ben compreso le dinamiche di quell’allontanamento sperimenteranno la disperazione considerandosi responsabili di tale perdita.

Aspetti positivi: Forte senso di autocompetenza avendo impararo a contare su se stessi, grande sensibilità, capacità di vivere intensamente le emozioni, creatività e vena artistica.

Aspetti negativi: Senso di sofferenza perenne, difficoltà nel lasciarsi amare semplicemente per quello che si è, diffidenza, difficoltà a creare rapporti solidi, difficoltà a gestire le emozioni distruttive e nel godere delle emozioni positive.

Ricorda che l’unico modo per ampliare il proprio livello di consapevolezza e conoscenza è quello di iniziare un percorso terapeutico, soltanto così imparerai ad uscire dalle tue vecchie convinzioni e strutturarne di nuove. La vita è un dono magnifico e vale la pena imparare ad apprezzare e vivere pienamente le esperienze belle che ci offre!

Dott.ssa Ilaria Pavoni Psicologa

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Gli homework in psicoterapia

Citando la frase di Francesco Rovetti nella la presentazione del libro: “homework prestazioni terapeutiche” di Franco Baldini:

“una settimana è formata da 168 ore. Nel tipico formato della terapia cognitivo-comportamentale, si prevede un colloquio settimanale della durata di circa un’ora. Anche in terapie che prevedono tre o quattro incontri alla settimana, la sproporzione tra le ore di terapia e le altre ore di vita è impressionante.Sperare che una, o comunque poche ore di semplice colloquio possano contrastare abitudini oramai consolidate, insegnare capacità mancanti, modificare motivazioni, correggere pregiudizi circa se stessi, il mondo il futuro è probabilmente irrealistico.” Cit. Francesco Rovetti

Lo psicologo Rovetti con questa frase intende suggerire l’importanza degli homework in psicoterapia, considerandoli un’opportunità per sfruttare al meglio il tempo con il paziente e considerandoli il presupposto base per un buon percorso terapeutico.

Sicuramente questi sono elementi portanti dell’orientamento terapeutico del curatore e dell’autore del libro, ma per tutti gli altri modelli gli homework sono così indispensabili?

Quanto gli homework possono facilitare la relazione terapeutica? Quanto è importante mantenere la continuità della terapia nel corso della settimana e fuori dal setting terapeutico?

Lascio a voi le conclusioni, essendo, gli homework, solo uno dei tanti strumenti possibili da utilizzare in terapia, e anche perchè per me è importante rispettare, anche, il professionista che preferisce affidarsi ad altre strategie di intervento.

Per quanto mi riguarda, nonostante il mio orientamento sia diverso da quello descritto (nello specifico seguo un orientamento costruttivista post razionalista-interpersonale) credo che lavorare “fuori” seduta sia un grande vantaggio sia per il paziente, che ha la possibilità di lavorare su di sè utilizzando strumenti strutturati anche fuori dallo studio, sia per il terapeuta che avrà la possibilità, grazie alle prescrizioni, di guadagnare tempo (specialmente nelle “prime” sedute di assessment) nel raccogliere materiale. 

Proprio perchè credo negli homework cito di seguito un elenco di effetti positivi di questo ultimi:

1. È un modo per testare la motivazione del paziente.

2. Aiutano a far prendere le proprie responsabilità al paziente ed essere parte attiva del processo di cambiamento

3. Aiutano a creare tra paziente e terapeuta una relazione win-win dove i successi del paziente vengono incoraggiati

4. Facilitano la rottura delle barriere legate al tema del giudizio

5. Permettono di monitorare i miglioramenti con strumenti concreti e sempre alla portata del paziente che diventa osservatore attivo del cambiamento

6. Il percorso terapeutico diventa tracciabile

7. Il lavoro terapeutico è maggiormente stimolante per il paziente

8. Il paziente rimane concentrato su di sè anche “fuori seduta”

9. Il paziente impara a ragionare in maniera critica sul suo modo di agire senza accettare per buone le sue convinzioni.

10. Il paziente avrà la possibilità di continuare a ragionare su di sè e a svolgere gli esercizi anche dopo la terapia.

11. Il terapeuta avrà la possibilità di far largo uso della creatività per personalizzare gli homework

Dott.ssa Ilaria Pavoni-psicologa

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Insegnare a scuola il gioco di squadra per valorizzare le diversità

Nella società odierna, già nella più tenera età si gioca ad una continua lotta di potere e di grandiosità dove i valori tramandati diventano quelli della supremazia sull’altro, una vera conquista alla sovranità, un narcisismo cosmico dove si mostra al mondo quello che si possiede scambiando troppo spesso l’essere con il concetto di avere o peggio possedere; si crescono generazioni dei “senza NO”, dove la minima frustrazione lacera se stessi e gli altri, perchè non è più contemplato il rifiuto, perchè non esiste rispettare le regole di qualcun’altro se non sono le proprie, facendo crollare i valori come il rispetto per gli adulti.

I genitori, d’altro canto diminuiscono sempre di più la distanza con i propri figli diventando poco autorevoli, spesso per la frenesia del lavoro e il poco tempo che hanno a disposizione con loro, continuando ad assecondare la voglia accumulatrice dei figli che sfocia in una gara infinita al possedere qualcosa in più dell’altro, come se questo significasse essere “i migliori” come se, la vera gioia fosse il possedere stesso.

Purtroppo questo circolo vizioso, fa perdere il vero senso d’amore di questi gesti, che nasce nella spontaneità di rendere felici i propri bambini con un pensiero rivolto a loro; infatti, la realtà è che i genitori si trovano in difficoltà perchè si trovano a subire un paradosso straziante: “meglio comprare qualsiasi cosa mio figlio voglia per non farlo apparire diverso dagli altri ed essere considerato un genitore migliore o decidere di non comprare, ed essere il responsabile della diversità di mio figlio, della sua stigmatizzazzione e diventando un genitore pessimo hai suoi occhi?”.

Purtroppo è un paradosso lecito essendo il “non possedere” alcuni oggetti di NICCHIA uno dei motivi di ghettizzazione.
La mia domanda è questa: “Come possiamo quindi normalizzare tale fenomeno e rendere piacevoli le differenze in un gruppo di pari, quando l’apparenza diventa una forma di emarginazione? 
Sicuramente con l’arte del dialogo empatico e con l’uso delle metafore, che riescono a tenere alta l’attenzione dei più giovani.

In classe è fondamentale valorizzare tanto l’individuo quando il gruppo, infatti, facendo sentire i ragazzi una “squadra” si riusciranno a svelare le dinamiche relazionali interne al gruppo e il ruolo che ognuno ricopre in esso, questo è utile per migliorarne il funzionamento e correggere i comportamenti disfunzionali per valorizzare l’autenticità di ognuno e riqualificare i ruoli che entrano in gioco, spronandone di ognuno lo sviluppo ed il miglioramento. In questo modo saranno promossi contemporaneamente sia la singolarità dell’individuo, con la considerazione che ogni ruolo nasce dalla propria personalità e dalla relazione che si ha con l’altro e sia l’aspetto relazionale con l’altro, valorizzando l’essenza.

Ovviamente è sempre opportuno, lasciare spazio ai temi della giustizia e dell’uguaglianza, ma soprattutto riuscire ad insegnare a gestire e tollerare le frustrazioni, imparare ad uscire di scena, quando il proprio momento è terminato, perchè è importante che tutti abbiamo la possibilità di essere protagonisti della propria classe, perchè ogni singolo individuo è il tassello che costruisce la storia di quel gruppo, che può funzionare solo con la gentilezza e con il rispetto dell’altro, ma soprattutto con la sospensione del giudizio quando è un atro a prendere la parola e diventare protagonista.

Dott. Ilaria Pavoni Psicologa

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I disturbi alimentari

Quanti disturbi legati all’alimentazione conoscete?

In realtà oltre all’anoressia, bulimia e obesità, oggi se ne aggiungono di nuovi, come il vomiting, ortoressia e il binge eating.

Facendo una panoramica possiamo dire che i primi disturbi, quelli maggiormente conosciuti richiamano il tema del controllo nel mangiare, evidenziando un atteggiamento attivo e sfidante per chi lotta per magrezza estrema e una resa passiva all’estremo opposto (obesità).

Il punto interessante è che in realtà, l’obesità è il rovescio della medaglia dell’anoressia, quindi ogni persona con disturbi alimentari di questo tipo può oscillare da un lato all’altro, perchè quello che domina in realtà è l’idea che la persona ha di sè, immagine positiva o negativa, come se si viaggiasse sempre in una dicotomia perversa, questo perchè dietro il cibo c’è molto altro, per esempio l’accettazione dell’altro, lo sforzo continuo e persistente alla perfezione, fenomeno sicuramente ampliato dai modelli proposti dalla società consumistica in cui viviamo, dove tutto è futile, come un corpo, che diventa un mezzo per essere.

Alla stregua di questo fenomeno nascono gli altri disturbi che affondano il piacere nel provare sensazioni forti attraverso l’uso improprio di cibo, il vomiting è un esempio, a differenza della bulimia, questo disturbo è legato al piacere stesso di vomitare in modo autoindotto le persone lo associando ad una perdita di controllo emozionante ed eccitante, il binge eating (abbuffata) è invece il piacere di pianificare il momento in cui si decide di perdere il controllo, questo disturbo è legato alla maniacalità della preparazione, l’ultimo non meno importante è l’ortoressia, il disturbo legato alla scelta ossessiva dei cibi da ingerire, quindi legato maggiormente ad una componente ossessiva, che veramente cattura tutte le energie. Parlare di disturbi alimentare in un articolo risulta alquanto riduttivo essendo ad oggi un argomento sempre più delicato e vicino ai più giovani.

L’unico modo per riuscire a combattere un disturbo alimentare grave è affidarsi ad un professionista, perchè in gioco non è la propria immagine ma la propria vita.

Dott.ssa Ilaria Pavoni psicologa

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Le persone forti si emozionano per le piccole cose

Chi sono le persone “sensibili” ? 

Come definiamo chi si emoziona con poco e piange davanti ad un film?

Nel luogo comune si pensa che la persona sensibile sia una persona fragile, che non sappia imporsi nella vita.

In realtà le persone sensibili sono delle persone forti emotivamente, che hanno imparato a vivere appieno le proprie emozioni.

Queste persone, infatti, sono in grado di emozionarsi davanti alle piccole cose, poichè possiedono una grande emotività e una grande empatia tale da riuscire ad entrare in connessione con le altre persone in modo spontaneo e genuino riuscendo a specchiarsi nei sentimenti dell’altro e riuscendo a mettersi nei suoi panni.

Ma cosa succede in queste persone quando le emozioni provate sono perlopiù un’area inesplorata? 

Significa che non riuscendo ad avere un canale diretto di accesso ad esse, non sanno riconoscere appieno tutte le sfumature delle emozioni che provano fino a spaventarsi della tumultuosità della loro potenza e decidere di tenerle dentro di sè, come se fosse qualcosa da proteggere dal mondo. 

Spesso però negare ai sentimenti di essere vissuti e quindi controllarli è il presupposto che li rende più forti e incontrollabili, proprio per questo vengono a galla in tutte quelle occasioni cariche di emozioni che fanno match empatico con i sentimenti remoti propri della persona.

Ricapitolando:

La “grande” sensibilità delle persone forti deriverebbe dalla capacità di sentire in maniera viscerale le emozioni (di pancia) e viverle nel modo più utile per sè, senza incorrere a somatizzazioni corporee insopportabili che potrebbero verificarsi nel momento in cui le emozioni vengono negate e messe a tacere, per esempio occupando il tempo con la mania “del fare per non pensare”.

In questo ultimo caso, la corazza verrebbe buttata giù solo in situazioni in cui ci si sente al sicuro oppure in situazioni in cui non si espone la propria identità, proprio per questo si leggittima mostrare le emozioni per cose o situazioni che non riguardano direttamente la persona (fuori dal sè), dove si può finalmente perdere il controllo e mostrare la propria natura!

Se ti riconosci in queste persone, puoi imparare a lavorare sulle emozioni che provi semplicemente concedendogli spazio per esprimersi e iniziare a ridefinire il concetto di “debolezza e forza”, perchè soltanto le persone forti sanno esprimere in modo maturo le proprie emozioni e sanno emozionarsi per le piccole cose!

Dott.ssa Ilaria Pavoni

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Video-Tema: la genitorialità

Ecco il nuovo video tema che parla di competenze genitoriali!!!

Siete pronti a scoprire le competenze che deve possedere un buon genitore?
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