psicoterapeuta

Il nostro cammino!

A volte credo ci voglia molta paziente nel decidere di stare accanto a me, accanto intendo davvero accanto, significa camminare di pari passo, senza saltare un gradino, significa entrare in cuniculi oscuri e paurosi, significa prendere una strada e a metà decidere di tornare indietro per imboccare quel sentiero sterrato incontrato km dietro, significa scalare montagne, fare pace con i propri demoni, significa spogliarsi delle proprie verità per costruirne di nuove! In questo lungo tragitto molte persone mi hanno accompagnato: molte si sono lasciate rapire da altri profumi, colori e hanno cambiato rotta, altri hanno rallentato per prendersi una pausa, altri hanno corso fino a perdere il fiato ma sono inciampati, tanti semplicemente non erano più felici nel proseguire insieme a me, altri buttavano fango e pietre per ostacolarmi e ho combattuto per lasciarli alle mie spalle, eppure di tutte queste persone ne ricordo ogni istante, perché il loro incontro per me è stato indispensabile, si dice che ogni persona entra nella nostra vita per un motivo, ed ognuna in me ha lasciato un segno..ma nel tempo ho capito che continuare a camminare voltandomi indietro mi faceva inciampare, perdere la strada, per alcune persone ho perfino deciso di sedermi a terra ad aspettarle, alcune sono arrivate altre non lo hanno mai fatto, e non sono mai tornate, così un giorno mi sono di nuovo alzata con la convinzione che forse doveva andare così, che non potevo decidere sulla vita degli altri, d’altronde amare significa lasciare liberi di scegliere, mi sono fatta forza del fatto che forse, un giorno avrei rincontrato chi voleva esserci, che anche se le strade per un momento si erano divise, chi voleva ci sarebbe comunque stato, che in fondo chi mi conosceva sapeva la strada che avrei battuto! Ad oggi sul mio cammino posso dire che ci sono poche persone, meno di quelle che mi aspettavo da adolescente, negli anni delle grandi comitive e del “amici di tutti”, ma chi c’è è chi c’è sempre stato! Poi c’è chi si è aggiunto negli anni e ha sposato le mie idee, e poi c’è chi ha deciso di prendermi sotto braccio e non lasciarmi più..

Ecco oggi per la prima volta vorrei dedicare questo testo a quella persona che mi ha preso per braccio e a differenza degli altri non mi ha solo accompagnato, ma è anche caduto con me, rialzato con me, ha sbagliato con me e ha trovato alternative insieme a me, quella persona a volte mi ha anche urlato di non proseguire su quel sentiero pericoloso ma alla fine mi ha ugualmente seguito, devo ammettere che a volte aveva ragione era davvero tanto spaventoso quel sentiero ma insieme lo abbiamo fatto tutto e così ho imparato a tornare indietro senza pensare fosse una sconfitta, ma solo un nuovo inizio questa volta da scegliere INSIEME!

Lasciati contaminare da tutte le anime che incontri, non importa quanto tempo faranno parte della tua vita, quel momento sarà prezioso! Lasciati aiutare, e trova un compagno con il quale condividere il tuo viaggio perché in due si hanno 4 gambe e si può andare più lontano! Se hai un obiettivo non lasciarti confondere da quello che non ti serve, continua dritto, non appesantire il tuo bagaglio, nel tempo ti accorgerai di aver perso tante persone, ma ricorda quante di nuove ne hai trovate, sii sempre pronto a lasciare andare il vecchio e ad accogliere il nuovo..la vita è meravigliosa e quello che vuole insegnarti, forse (non è detto) lo scoprirai soltanto con il tempo, quindi ora tu continua a camminare!

psicoterapeuta

Le applicazioni che esorcizzano le nostre paure!

Oggi voglio parlare della nuova app in voga tra artisti e personaggi famosi…#Faceapp!

..”Alzi la mano chi non ha provato ad invecchiarsi e vedersi tra 40 anni!”

Mi ha incuriosito molto questa “moda” perché dietro il gioco c’è sempre qualcosa! Noi psicologi siamo abituati a vedere sempre oltre, e trovare il profondo anche nelle cose semplici e goleardiche come una semplice app, ma l’interesse massiccio nel vederci nel futuro mi ha stupito! Infatti spesso si parla di difficoltà nel vivere qui ed ora..e se negli anni ‘90 le generazioni erano particolarmente bloccate nei tempi “passati” nelle memorie e nei ricordi, ad oggi l’interesse sembra essere quello di “bruciare le tappe” dimenticare le proprie radici per proiettarsi in un tempo senza tempo futuro che distrugge l’attaccamento alla realtà.

Penso che da una parte vedersi da anziani possa tranquillizzare da quella paura delle incognite della vita, è un pò come giocarsi la possibilità di sopravvivenza alla morte. D’altronde chi non è spaventato dalla vecchiaia e dalla morte? Questa applicazione mi fa venire in mente il gioco simbolico che mettono in atto i bambini quando scoprono il concetto di morte e iniziano a mettersi nei panni degli adulti che sperimentano un lutto: emulando un film, una scena…questo è catartico per loro, diventa un’esorcizzazione alle paure, infatti, c’è una fase di vita in cui i piccoli si appassionano ai film horror, questo proprio perché sperimentare le emozioni degli “altri” li aiuta ad acquisire consapevolezza sulle proprie competenze e a sviluppare in seguito una propria teoria della mente! Credo che questa app ci aiuti un pò in questo, infatti guardare la nostra faccia da anziani ci aiuta a fantasticare sul nostro futuro e a guardare con distacco le nostre paure, direi che è consolatorio.

Il motivo reale per cui volevo spendere due parole su questa app è perché credo che se da una parte vorremmo arrivare tutti a vivere la terza età ad oggi è ancora una cosa che spaventa molto. Specialmente in una società performante, che nega la vecchiaia, si va in pensione sempre più tardi proprio per allungare il periodo dell’età adulta e prendere sempre di più le distanze dall’entrata alla terza età. Non dimentichiamo che questa società non è fatta per gli anziani che spesso si trovano a vivere sia nei margini sociali ed economici, e vengono considerati un fardello sociale! quindi e importante parlare di questo tema specialmente ora che è estate e queste persone possono restare particolarmente sole non potendo viaggiare e stare con i propri famigliari e sentirsi maggiormente escluse e tristi! Quindi ho una speranza: che questa applicazione ci possa aiutare ad empatizzare di più con i bisogni dei nostri cari vecchietti, che vedere il nostro sè anziano ci aiuti a leggere in loro di più i desideri e le paure e diventare quindi più umani con i “vecchi” che hanno bisogno di noi!

Nella prima foto, io da anziana, nella seconda, io e nonno♥️

psicologa roma

La fame emotiva

La fame emotiva è quel desiderio istintuale che spinge le persone ad abbuffarsi fino a star male, senza una reale attivazione fisiologica della fame, spesso quel vuoto viene associato allo stimolo della fame, ma in realtà rappresenta l’esprimersi di un’emozione che non viene riconosciuta e che disturba a tal punto da doverla mettere a tacere, riempiendo il corpo con qualcosa.

Gratificarsi con il cibo però è qualcosa di antico, che abbiamo scritto nel dna, non è un caso ci si voglia confortare con del cibo essendo il bisogno primario per eccellenza senza il quale non potremmo sopravvivere, soprattutto perché è stato il primo mezzo capace di farci avvicinare alla nostra mamma attraverso l’allattamento, abbiamo imparato ad associare cibo=calore emotivo, per questo può capitare che nei momenti dove ci si percepisce più soli, tristi, desolati, ansiosi, si ricerca quel bisogno che da piccoli ha confortato e fatto smettere di piangere. Anche la cultura e i riti sociali non hanno aiutato in questo, infatti il cibo si è iniziato ad associare alle festività, lo stare insieme, le feste, i compleanni! Ogni ricorrenza è sempre legata al cibo! Per sbloccare questo circolo vizioso è fondamentale imparare a conoscere le proprie emozioni e in particolare quelle che si associano di più alla fame emotiva.

Vediamo di seguito come negli anni diversi studiosi si sono occupati di collegare emozioni e cibo.

Da sempre l’emozione maggiormente associata alla fame è stata l’ansia, ne sono un esempio gli studi di Harold Kaplan ed Helen Singer Kaplan. Eppure il legame tra ansia e fame non è lineare, infatti in un’indagine del 1957 di Joyce Slochower si chiarì che l’ansia capace di attivare la fame emotiva era un’ansia pervasiva e diffusa difficile da attribuire a qualcosa, mentre al contrario l’ansia legata ad un esame, ad un compito non portava le persone a sperimentare fame emotiva. Quindi conoscere il motivo della tua ansia è fondamentale per ridurre la fame emotiva.

Ci sono diverse tecniche per contrastare l’ansia:

•l’esposizione allo stimolo:

Restare ad ascoltare le proprie emozioni potrebbe essere un primo passo per imparare e conoscerle meglio, ed avere meno paura di esse e delle proprie conseguenze.

•Intenzione paradossale:

L’ansia implica l’aspettativa che avvenga qualcosa di terribile. Il turbamento emotivo avviene quando ci si preoccupa e si cerca di evitare questo evento temuto. L’intenzione paradossale è impegnarsi nel far si che succeda quella cosa terribile e temibile (Impegnati nello svenire).

•Distrazione:

Se si ha fame e non si riusce ad individuare l’emozione è importante usare tecniche di distrazione. Fare un rompicapo, leggere un libro, guardare delle foto, fare un hobby per il quale non si ha mai tempo.

•Rilassamento:

15 anni fa Edmund Jacobson dimostrò che gli esercizi di rilassamento riducevano il battito cardiaco e la pressione del sangue, utili per rilassarsi e ripristinare uno stato di quiete. (Prova a fare 10 respiri diaframmatici).

•Mindfulness eating

Ovvero mangiare in modo consapevole, iniziate provando a mettere attenzione su un piccolo pasto e poi estendetelo a tutto. Mangiare in modo consapevole aiuta a stare sul momento a gustare il cibo senza andare oltre con la mente; iniziate usando tutti i sensi, guardate il cibo, il suo colore, sentite la consistenza con le mani, odoratelo e sentite il rumore che fa a contatto con i vostri denti, gustatene il sapore, l’aroma.

Per fare questo ci vuole molta pratica, potrete trovare molti libri interessanti sull’argomento.

•Attivarsi su cose piacevoli

La noia è molto correlata con la fame emotiva, questo significa che la persona che non ha una vita gratificante e trascorre le ore della giornata a fare attività che non gli piacciono deve ricorrere a qualcosa di “veloce” per ripristinare uno stato emotivo piacevole, quale cosa migliore di un cibo saporito? Ricorrere al cibo per trovare un po di gioia però non é molto utile per superare le proprie difficoltà e tanto meno salutare, quindi, se ti ritrovi tra i mangiatori emotivi annoiati ti consiglio di stilare una lista di alternative che possano gratificarti al posto del cibo (un bagno caldo? Un massaggio?).

Ora che abbiamo imparato a contrastare l’ansia e la noia, ti vorrei parlare dei studi che si sono impegnati nel verificare l’attivazione della fame con la sperimentazione di determinate emozioni.

Per esempio, una ricerca degli psicologi della Chicago Medical School dimostrarono che guardare film horror e quindi attivare la paura nelle persone le portava a mangiare più cibo rispetto a chi invece guardava un film spiritoso.

La relazione tra paura e fame non è l’unica valida, infatti, è importante anche lo studio che correla restrizione nutritiva con sentimenti depressivi. La ricerca di Polivy e Herman dimostrò che le persone che vivevano forti restrizioni alimentari sperimentavano una maggiore depressione e una maggior difficoltà a dimagrire mentre le persone disinibite sulla dieta alimentare erano più allegre e mangiavano meno nei momenti di tristezza.

Lo studio di Robert Weiss, analizzò il collegamento tra la solitudine e la fame emotiva, in questo studio evidenziò come alcune persone avevano imparato ad associare il cibo alla compagnia, al conforto, alla rassicurazione, al senso di calore e benessere, obiettivo in questo caso sarebbe quello di aiutare la persona a sviluppare rappori sociali più profondi. Anche la rabbia è stata studiata e Richard Stuard ne concordò che mangiare è un modo per esprimerla, specialmente per quelle persone poco assertive che non si concedono di provare rabbia.

Per capire che tipo di emozione ti spinge a mangiare in maniera compulsiva ti propongo di tenere un diario sulla fame emotiva, puoi usare come schema quello che ti propongo di seguito:

Giorno e ora

Antecedente

Luogo

Persone presenti

Emozione

Pensiero

Comportamento

Per rendere utile il diario prima di tutto è importante:

1. Annotare il giorno e l’ora in cui hai più difficoltà nel resistere alla fame emotiva

2. Individuare l’antecendente (quell’interazione precedente che ti ha lasciato un’emozione)

3. Il posto dove hai consumato il pasto

4. Le persone che erano presenti

5. Qual’era l’emozione che provavi

6. Quali pensieri ti sono venuti in mente? Cosa hai pensato di te? Come ti sei percepito?

7. Che comportamento hai messo in atto dopo.

Ricordati la consapevolezza è il primo passo per migliorarsi!

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Il bambino in seduta psicologica

Quante volte vi sarete chiesti cosa fa in seduta psicologica vostro figlio?

Cercherò in questo breve articolo di descrivere le modalità di comunicazione più usate dagli psicologi con i bambini più piccoli.

Ovviamente il testo è riduttivo in quanto i clinici sono liberi di essere creativi con i bambini ed usare molte tecniche stimolanti e giochi divertenti basta che abbiano come scopo ed obiettivo finale quello di aiutare il bambino a superare i propri disagi emotivi e/o comportamentali.

Ricordiamoci che il bambino deve poter trovare all’interno dello studio clinico un ambiente sicuro dove poter esprimere liberamente se stesso.

Il clinico dovrà mostrarsi cordiale e pronto ad uno scambio affettivo.

Le modalità comunicative con i bambini possono essere descritte in modo schematico qui sotto:

Il gioco: attraverso il gioco il bambino riesce a dominare le sue paure, e proiettare sui personaggi del gioco la sua vita e l’immagine introiettata che ha delle persone significative.

Per un clinico è importante avere in studio: macchinine, bambole, peluche, armi giocattolo, piattini e posate.

Attraverso il gioco, si possono analizzare i movimenti del bambino, la velocità in cui cambia gioco, gli scambi con l’esaminatore, i giochi che predilige, inoltre il gioco libero può rappresentare anche un’azione di ice breaking per bambini inibiti.

Il dialogo immaginario: il suo prototipo è il gioco con le marionette, ma si possono inventare favole e storie o il gioco di ruolo (ex: gioco della scuola) in questo modo sarà possibile conoscere attraverso gli scambi di parole tra il bambino e l’esaminatore il modo in cui il bambino si relaziona all’altro, il modo in cui entra nella relazione e come si vede negli occhi dell’altro, inoltre potrà raccontarsi attraverso una depersonalizzazione che dia la libertà di esprimere le sue difficoltà senza parlare in prima persona.

Il disegno: È utile lasciare a portata del bambino sempre dei fogli (già predisposti prima in ordine sparso su un tavolino con un astuccio con matite e colori).

Il bambino una volta aver preso confidenza con l’ambiente che lo circonda potrà essere invitato dal clinico a fare un disegno spontaneo e successivamente potrà essere proposto un ulteriore tema.

Si può proporre anche la tecnica dello squiggle di Winnicott dove il bambino ed il clinico giocano insieme ad inventare dei disegni partendo dallo scarabocchio l’uno dell’altro.

Il dialogo tradizionale: questa modalità potrebbe essere usata già con i bambini di 7 anni, anche se in questa età si prediligono ancora altre tecniche, il dialogo tradizionale diventerà utile dagli 11 anni in poi.

Ovviamente il clinico deciderà quale tecnica sia maggiormente utile per il singolo caso.

È fondamentale per aiutare il bambino, che lo psicologi e i genitori instaurino un rapporto di fiducia e collaborazione, che lavorino insieme per raggiungere gli stessi obiettivi e (a volte) che i genitori stessi si mettano in gioco in prima persona cercando di smussare dei comportamenti che invece di depotenziare il sintomo del bambino lo rinforzano, attraverso delle sedute di parent training.

Facendo un lavoro di squadra i genitori potranno notare ed accogliere quei bisogni non espressi del bambino e aiutarlo con il loro calore emotivo.

I test nei bambini

Per i bambini si possono utilizzare diversi tipi di test a seconda di quello che si vuole misurare: per esempio si useranno i test di livello, per valutare il quoziente intellettivo, test di personalità, per avere una valutazione qualitativa dei processi psichici che concorrono all’organizzazione di personalità, test proiettivi, che come caratteristica hanno quella di proporre uno stimolo percettivo più ambiguo possibile, affinchè il soggetto proiettivi al massimo la sua caratteristica problematica; i test proiettivi possono essere strutturati, come il rorschach (che indaga come il soggetto vive le sue esperienze, l’organizzazione della sua personalità, il suo modo di cogliere la realtà, il suo equilibrio psichico) e i test tematici, come il t.a.t che indagano bisogni, conflitti, aspirazioni, timori, sentimenti.

In ultimo, i test maggiormente usati con i bambini, ma non solo, sono i test carta e matita, che hanno come vantaggio il richiedere un materiale ridotto, appunto carta e matita.

Esistono varianti più o meno codificate del disegno infantile in cui intervengono sia le capacità prattognostiche del bambino che la dimensione proiettiva.


Tratto dal libro: psicopatologia del bambino di J. De Ajuriaguerra, D. marcelli, Casa editrice Masson, 1990


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Giornata Open Day presso lo studio di Corso Trieste, 59A Roma

Per l’apertura del nuovo studio a Corso Trieste, si è pensato di aprire le porte con un Open day volto ad avvicinare le persone al benessere mentale.

Se hai dei dubbi, informazioni o hai voglia di confrontarti con un professionista del settore, chiama per assicurarti una consulenza gratuita di 50′ minuti.

Chiama il numero 3491407368 e lasciati guidare dalla voglia di cambiare!

psicologa roma

Rabbia VS Aggressività

La rabbia è un’emozione primaria, tutti noi proviamo rabbia, ed è un’emozione fondamentale per l’individualizzazione del proprio se e per superare tutte le tappe di sviluppo.

La rabbia quindi anche se è un’emozione squalificata nella nostra società, ci aiuta a difenderci da attacchi personali e dalle ingiustizie.

Ma come mai è considerata così negativa? Perché spesso viene associata al comportamento aggressivo, quindi all’aggressività, ma la realtà è che c’è differenza tra l’essere arrabbiati e l’essere aggressivi, quest’ultimo comportamento infatti rimanda ad azioni (verbali, fisiche) volte a ledere se stessi o gli altri.

Quindi attenzione: quando si è arrabbiati non sempre si è aggressivi.

Accettare la proprio rabbia è il primo passo per liberarsi da sensi di colpa, frustrazione, impotenza e tutti quei sentimenti che spesso vanno a sostituire quell’emozione tanto INACCETTABILE.

Chi reprime la rabbia però, spesso si considera inadeguato, sbagliato spostandosi dal versante aggressivo a quello della passività aumentando la possibilità di sperimentare malattie somatiche.

“E se ho paura di provare rabbia, perché ho paura di perdere il controllo?”

Come ho già scritto, il problema non è provare RABBIA, ma aver associato a quest’emozione come difesa il comportamento aggressivo.

Per stare meglio, non si dovrà cancellare la rabbia, ma riconoscerla per disinnescare i significati che si sono negli anni collegati a questa emozione e approfondire i pensieri che sono sottesi, infine prendere coscienza della percezione che ho di me in determinate situazioni.

In questi casi è utile:

1) Un lavoro di alfabetizzazione emotiva, volta a conoscere le emozione, comprenderne i cambiamenti fisiologici del corpo e saper comunicare le emozioni all’altro

2) Saper identificare le situazioni e i comportamenti che accendono la rabbia

3) Saper leggere lo scenario immaginativo della situazione (cosa può succedere in quel preciso momento?) (come mi percepisco?) (l’altro chi è?) (come mi vede l’altro)

4) Riconoscere cosa ho bisogno di comunicare all’altro?

5) Riconoscere il motivo che mi fa provare rabbia

6) Disinnescare la reazione immediata, mettendosi nei panni dell’altro

7) Agire in modo assertivo (comunicare che si sta provando rabbia aiuta ad abbassare l’arousal)

Tutte questi fasi di risoluzione sono difficilmente applicabili senza l’aiuto di uno psicologo, però vi lascio un homework legato alle fasi 6-7 che potete provare a fare da soli nel momento in cui state per perdere le staffe e state per agire in modo aggressivo.

Il compito si chiama DIARIO DELLE EMOZIONI ALTRUI, questo compito vi aiuterà ad entrare in empatia con l’emozione dell’altro, sarà utile per abbassare le difese e proiettarsi sui bisogni dell’altro ovvero uscire dal proprio punto di vista per entrare in contatto con l’altro.

Per essere utile il compito dovrà essere svolto ogni volta che si attiva il comportamento aggressivo, quindi si dovrà annotare ogni scontro che è avvenuto cercando di pensare di essere l’altra persona, quindi si dovrà ragionare come il proprio interlocutore, si dovrà far finta di essere l’altra persona, descrivere i fatti secondo il punto di vista di questa, i pensieri che ha avuto e le emozioni che ha provato (nel compito sarebbe utile usare la prima persona, per facilitare il processo di identificazione).

Una volta ricostruito il pensiero, le emozioni e l’incipit del comportamento altrui sarebbe utile poter comunicare in un secondo tempo, quello che si è compreso!

(Almeno all’inizio del compito, sarebbe utile rispondere all’interlocutore in un secondo tempo, in questo modo si ha la possibile di staccarsi dall’impeto impulsivo dettato dall’immediatezza dell’evento e agire a mente fredda, senza l’attivazione della rabbia)

ESEMPIO di risposta: “questi giorni ho provato a mettermi nei tuoi panni e mi sono reso conto quanto questo errore che ho fatto possa averti creato nell’azienda dei problemi a livello economico, in realtà la tua reazione potrebbe essere giusta dal tuo punto di vista, ma ci tenevo a dirti che nonostante io abbia riconosciuto i tuoi sentimenti questo tuo comportamento mi ha fatto arrabbiare perché mi ha fatto sentire giudicato, squalificato come persona, avrei apprezzato una critica costruttiva volta a migliorare il mio comportamento invece le tue parole mi hanno fatto sentire sbagliato.”

Fammi sapere se l’esercizio ti ha aiutato ad abbassare la tua aggressività!

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La psicoterapia post-razionalista: il mio approccio terapeutico con il paziente costruttore di realtà

Nell’articolo precedente ho accennato al mio approccio terapeutico cognitivista post razionalista integrato con l’approccio analitico interpersonale (non farò pubblicità alla  mia scuola di psicoterapia, quindi ometterò il suo nome di proposito).

La scelta del modello terapeutico da seguire in psicoterapia per nessuno psicologo è semplice, infatti l’approccio terapeutico sarà la base da cui partiranno tutti gli interventi terapeutici; per questo credo sia importante scriverne un articolo, e parlare di quanto sia stato importante per me affidarmi ad un approccio piuttosto che ad un altro (spero questo articolo possa essere utile per giovani colleghi che sono alla ricerca di una scuola di psicoterapia che completi i propri studi, ma anche utile al paziente che decide di intraprendere un percorso terapeutico con me).

Ritornando alla scelta dell’approccio è stata una scelta decisiva per la mia professione ma devo dire è stata molto sofferta!

Per scegliere la scuola di psicoterapia, per prima cosa ho scritto su un foglio quali fossero per me le teorie più importanti della psicologia (quelle cose per me fondamentali da trattare – per esempio, sapevo di non poter rinunciare allo studio dell’attaccamento infantile, alle teorie di Bowlby e della Crittenden) e quindi ho iniziato ad informarmi tramite colleghi, tutor, internet, libri quali approcci e scuole andassero a sviscerare tali temi.

Successivamente mi sono guardata allo specchio (metaforicamente!) e ho deciso di scrivere (sempre sul foglio di prima) le mie caratteristiche personali e come mi sarei immaginata in seduta con l’altro, per esempio, quali caratteristiche avrei voluto portare con me? sicuramente:  l’empatia, l’informalità e la flessibilità; queste caratteristiche personali non avrebbero potuto andare d’accordo con approcci troppo ortodossi e quindi sono partita alla ricerca della scuola basandomi su chi ero io  e che tipo di terapeuta volevo diventare! dopo aver fatto un tour in tutte le scuole messe nel mio mirino, ho iniziato a fare una scrematura, basandomi sui criteri scritti sopra e alla fine mi sono lasciata completamente rapire dallo spirito di una di queste, ricordo la sensazione provata entrando lì dentro, era un mix di meraviglia, stupore e senso di familiarità, tutto sembrava coincidere con le mie aspettative e quello che avrei voluto dare all’altro.

Tutte le scuole che avevo visitato prima, infatti, non andavano a sposarsi con i miei valori, e nonostante fossero molto prestigiose (nulla da togliere agli altri approcci terapeutici) alla fine sono arrivata alla conclusione che, semplicemente non facevano per me! Molte scuole, erano costruite intorno a metodi rigorosi e direttivi, che se da una parte mi tranquillizzavo per la possibilità di possedere una valigia di tecniche specifiche sempre pronte per ogni problematica, e quindi nel sentirmi più tranquilla negli interventi, dall’altra mi terrorizzava l’idea di perdere la cosa per me più importante da portare in relazione con il paziente “la MIA soggettività”, la mia arte di improvvisazione e la mia voglia di rendere UNICA la persona che avrei avuto di fronte! Anche perché, in realtà molti studi scientifici hanno dimostrato che non esiste una tecnica terapeutica migliore delle altre, ma il fattore predittivo di una buona riuscita terapeutica è LA RELAZIONE, L’EMPATIA, LA FIDUCIA CON IL PAZIENTE,  quindi i fattori predittivi che misurano l’andamento della terapia sono tutti ASPECIFICI alla tecnica usata (che è più utili a noi terapeuti che ai pazienti).

Quindi ho scelto ascoltando il mio cuore, il mio istinto e la mia personalità (non a caso il mio approccio aiuta il paziente ad osservare le sue emozioni e a seguire il suo vero se)  e il mio approccio è davvero costruito sulla flessibilità e sull’integrazione di molte tecniche diverse tra loro, è centrata sulla persona,  e soprattutto va oltre l’idea dello psicoterapeuta “sfinge”, ovvero la convinzione di supremazia e superiorità del terapeuta nel possedere la verità assoluta, lasciando spazio ad una relazione equilibrata che renda il paziente costruttore di realtà! Attraverso la narrazione, il paziente (strumento principale) porterà il terapeuta ad entrare nel suo mondo, a guardarlo attraverso le sue lenti (il terapeuta senza cercare  di portarlo a leggere il mondo con altri occhiali) avrà il compito di rendere flessibile la persona nei suoi significati personali, e potrà perturbarlo, o meglio “scutere” il suo sistema per farlo riorganizzare, senza inserire cose, idee, principi, valori che non gli appartengono, semplicemente insegnandogli ad esplorarsi! La relazione con il terapeuta rappresenterà la base sicura dove il paziente, potrà sperimentarsi e farà da specchio alle vecchie e future relazioni, portandolo a vivere in modo sano e maturo tutte le sue interazioni, abbandonando schemi disfunzionali.

L’approccio post-razionalista è stato coniato per la prima volta negli anni ’80 da Vittorio Guidano, è un filone che mette in luce l’aspetto emotivo dell’individuo e della sua relatività nel vivere e conoscere il mondo andando oltre il comportamentismo che si limitava a studiare i comportamenti e considerare la mente come una scatola nera.

Attraverso il cognitivismo post-razionalista il paziente può muoversi insieme al terapeuta in una esplorazione profonda del proprio se e osservarsi come farebbe uno scienziato capace di mettere in luce tutte quelle dinamiche personali che caratterizzano il suo significato personale., il suo compito sarà quindi, quello di imparare ad auto-osservarsi e guardarsi dentro come se stesse guardando un film da spettatore.

L’obiettivo della terapia sarà quello di ampliare la flessibilità di significato personale e non trovare criteri di veridicità obiettivi di come vivere la vita, in quanto si rispetta il modo di vivere del paziente e la sua soggettività.

Il terapeuta insegnerà alla persona a ricostruire i significati personali costruiti in relazione alle esperienze emotive vissute nella fase evolutiva.

La cosa più interessante del mio approccio è quello di integrare al costruttivismo di Vittorio Guidano il modello di Lorna Benjamin, in un potente strumento in grado di rendere al paziente tre diagnosi: la classica da manuale DSM 5, la diagnosi post razionalista e la diagnosi interpersonale (il modo in cui il paziente entra in relazione con gli altri, come si vede nella relazione e come si percepisce in relazione) sapendo che le prime relazioni di vita possono influenzare il modo in cui una persona entrerà in contatto con gli altri e sopratutto saprà predire quali persone si preferisce avere al proprio fianco, ovvero, quelle che saranno capaci, di portare avanti quella trama di aspettative sul proprio essere.

L’approccio che utilizzo in seduta è quindi un approccio che mette la persona al centro della terapia e alleata al terapeuta diventa protagonista della costruzione della realtà in un viaggio alla scoperta delle emozioni base che spingono a muoversi nel mondo e con gli altri.

Come la persona può tornare a stare bene?

Quando la persona avrà un insight, un’illuminazione, da questo momento, il terapeuta potrà muovere i primi passi verso una riorganizzazione del materiale interno, in questa fase di intervento, la persona avrà come l’impressione di aver trovato quel filo conduttore che ha mosso da sempre le sue azioni fino a quel momento; il compito del terapeuta è solo quello di rielaborare il tutto, renderlo a lui accessibile attraverso processi di generalizzazione,  in modo che possa comprendere i motivi profondi dei suoi scompensi e creare un nuovo equilibrio personale.

Ovviamente è importante ricordare alla persona in seduta, che a volte il processo terapeutico sarà doloroso, faticoso, e lasciarsi andare ad un nuovo equilibrio a volte significherà staccarsi da una parte di se (anche se disfunzionale) che non si vuole abbandonare perché legata a vecchi ricordi e quindi si vorrà lasciare la terapia per restare quello che si era in passato, si vivranno spesso momenti di lotta interna, in cui  la scelta è restare come si è oppure cambiare..

Io in un training nella scuola di psicoterapia!!! 🙂

training