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La fame emotiva

La fame emotiva è quel desiderio istintuale che spinge le persone ad abbuffarsi fino a star male, senza una reale attivazione fisiologica della fame, spesso quel vuoto viene associato allo stimolo della fame, ma in realtà rappresenta l’esprimersi di un’emozione che non viene riconosciuta e che disturba a tal punto da doverla mettere a tacere, riempiendo il corpo con qualcosa.

Gratificarsi con il cibo però è qualcosa di antico, che abbiamo scritto nel dna, non è un caso ci si voglia confortare con del cibo essendo il bisogno primario per eccellenza senza il quale non potremmo sopravvivere, soprattutto perché è stato il primo mezzo capace di farci avvicinare alla nostra mamma attraverso l’allattamento, abbiamo imparato ad associare cibo=calore emotivo, per questo può capitare che nei momenti dove ci si percepisce più soli, tristi, desolati, ansiosi, si ricerca quel bisogno che da piccoli ha confortato e fatto smettere di piangere. Anche la cultura e i riti sociali non hanno aiutato in questo, infatti il cibo si è iniziato ad associare alle festività, lo stare insieme, le feste, i compleanni! Ogni ricorrenza è sempre legata al cibo! Per sbloccare questo circolo vizioso è fondamentale imparare a conoscere le proprie emozioni e in particolare quelle che si associano di più alla fame emotiva.

Vediamo di seguito come negli anni diversi studiosi si sono occupati di collegare emozioni e cibo.

Da sempre l’emozione maggiormente associata alla fame è stata l’ansia, ne sono un esempio gli studi di Harold Kaplan ed Helen Singer Kaplan. Eppure il legame tra ansia e fame non è lineare, infatti in un’indagine del 1957 di Joyce Slochower si chiarì che l’ansia capace di attivare la fame emotiva era un’ansia pervasiva e diffusa difficile da attribuire a qualcosa, mentre al contrario l’ansia legata ad un esame, ad un compito non portava le persone a sperimentare fame emotiva. Quindi conoscere il motivo della tua ansia è fondamentale per ridurre la fame emotiva.

Ci sono diverse tecniche per contrastare l’ansia:

•l’esposizione allo stimolo:

Restare ad ascoltare le proprie emozioni potrebbe essere un primo passo per imparare e conoscerle meglio, ed avere meno paura di esse e delle proprie conseguenze.

•Intenzione paradossale:

L’ansia implica l’aspettativa che avvenga qualcosa di terribile. Il turbamento emotivo avviene quando ci si preoccupa e si cerca di evitare questo evento temuto. L’intenzione paradossale è impegnarsi nel far si che succeda quella cosa terribile e temibile (Impegnati nello svenire).

•Distrazione:

Se si ha fame e non si riusce ad individuare l’emozione è importante usare tecniche di distrazione. Fare un rompicapo, leggere un libro, guardare delle foto, fare un hobby per il quale non si ha mai tempo.

•Rilassamento:

15 anni fa Edmund Jacobson dimostrò che gli esercizi di rilassamento riducevano il battito cardiaco e la pressione del sangue, utili per rilassarsi e ripristinare uno stato di quiete. (Prova a fare 10 respiri diaframmatici).

•Mindfulness eating

Ovvero mangiare in modo consapevole, iniziate provando a mettere attenzione su un piccolo pasto e poi estendetelo a tutto. Mangiare in modo consapevole aiuta a stare sul momento a gustare il cibo senza andare oltre con la mente; iniziate usando tutti i sensi, guardate il cibo, il suo colore, sentite la consistenza con le mani, odoratelo e sentite il rumore che fa a contatto con i vostri denti, gustatene il sapore, l’aroma.

Per fare questo ci vuole molta pratica, potrete trovare molti libri interessanti sull’argomento.

•Attivarsi su cose piacevoli

La noia è molto correlata con la fame emotiva, questo significa che la persona che non ha una vita gratificante e trascorre le ore della giornata a fare attività che non gli piacciono deve ricorrere a qualcosa di “veloce” per ripristinare uno stato emotivo piacevole, quale cosa migliore di un cibo saporito? Ricorrere al cibo per trovare un po di gioia però non é molto utile per superare le proprie difficoltà e tanto meno salutare, quindi, se ti ritrovi tra i mangiatori emotivi annoiati ti consiglio di stilare una lista di alternative che possano gratificarti al posto del cibo (un bagno caldo? Un massaggio?).

Ora che abbiamo imparato a contrastare l’ansia e la noia, ti vorrei parlare dei studi che si sono impegnati nel verificare l’attivazione della fame con la sperimentazione di determinate emozioni.

Per esempio, una ricerca degli psicologi della Chicago Medical School dimostrarono che guardare film horror e quindi attivare la paura nelle persone le portava a mangiare più cibo rispetto a chi invece guardava un film spiritoso.

La relazione tra paura e fame non è l’unica valida, infatti, è importante anche lo studio che correla restrizione nutritiva con sentimenti depressivi. La ricerca di Polivy e Herman dimostrò che le persone che vivevano forti restrizioni alimentari sperimentavano una maggiore depressione e una maggior difficoltà a dimagrire mentre le persone disinibite sulla dieta alimentare erano più allegre e mangiavano meno nei momenti di tristezza.

Lo studio di Robert Weiss, analizzò il collegamento tra la solitudine e la fame emotiva, in questo studio evidenziò come alcune persone avevano imparato ad associare il cibo alla compagnia, al conforto, alla rassicurazione, al senso di calore e benessere, obiettivo in questo caso sarebbe quello di aiutare la persona a sviluppare rappori sociali più profondi. Anche la rabbia è stata studiata e Richard Stuard ne concordò che mangiare è un modo per esprimerla, specialmente per quelle persone poco assertive che non si concedono di provare rabbia.

Per capire che tipo di emozione ti spinge a mangiare in maniera compulsiva ti propongo di tenere un diario sulla fame emotiva, puoi usare come schema quello che ti propongo di seguito:

Giorno e ora

Antecedente

Luogo

Persone presenti

Emozione

Pensiero

Comportamento

Per rendere utile il diario prima di tutto è importante:

1. Annotare il giorno e l’ora in cui hai più difficoltà nel resistere alla fame emotiva

2. Individuare l’antecendente (quell’interazione precedente che ti ha lasciato un’emozione)

3. Il posto dove hai consumato il pasto

4. Le persone che erano presenti

5. Qual’era l’emozione che provavi

6. Quali pensieri ti sono venuti in mente? Cosa hai pensato di te? Come ti sei percepito?

7. Che comportamento hai messo in atto dopo.

Ricordati la consapevolezza è il primo passo per migliorarsi!

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Il bambino in seduta psicologica

Quante volte vi sarete chiesti cosa fa in seduta psicologica vostro figlio?

Cercherò in questo breve articolo di descrivere le modalità di comunicazione più usate dagli psicologi con i bambini più piccoli.

Ovviamente il testo è riduttivo in quanto i clinici sono liberi di essere creativi con i bambini ed usare molte tecniche stimolanti e giochi divertenti basta che abbiano come scopo ed obiettivo finale quello di aiutare il bambino a superare i propri disagi emotivi e/o comportamentali.

Ricordiamoci che il bambino deve poter trovare all’interno dello studio clinico un ambiente sicuro dove poter esprimere liberamente se stesso.

Il clinico dovrà mostrarsi cordiale e pronto ad uno scambio affettivo.

Le modalità comunicative con i bambini possono essere descritte in modo schematico qui sotto:

Il gioco: attraverso il gioco il bambino riesce a dominare le sue paure, e proiettare sui personaggi del gioco la sua vita e l’immagine introiettata che ha delle persone significative.

Per un clinico è importante avere in studio: macchinine, bambole, peluche, armi giocattolo, piattini e posate.

Attraverso il gioco, si possono analizzare i movimenti del bambino, la velocità in cui cambia gioco, gli scambi con l’esaminatore, i giochi che predilige, inoltre il gioco libero può rappresentare anche un’azione di ice breaking per bambini inibiti.

Il dialogo immaginario: il suo prototipo è il gioco con le marionette, ma si possono inventare favole e storie o il gioco di ruolo (ex: gioco della scuola) in questo modo sarà possibile conoscere attraverso gli scambi di parole tra il bambino e l’esaminatore il modo in cui il bambino si relaziona all’altro, il modo in cui entra nella relazione e come si vede negli occhi dell’altro, inoltre potrà raccontarsi attraverso una depersonalizzazione che dia la libertà di esprimere le sue difficoltà senza parlare in prima persona.

Il disegno: È utile lasciare a portata del bambino sempre dei fogli (già predisposti prima in ordine sparso su un tavolino con un astuccio con matite e colori).

Il bambino una volta aver preso confidenza con l’ambiente che lo circonda potrà essere invitato dal clinico a fare un disegno spontaneo e successivamente potrà essere proposto un ulteriore tema.

Si può proporre anche la tecnica dello squiggle di Winnicott dove il bambino ed il clinico giocano insieme ad inventare dei disegni partendo dallo scarabocchio l’uno dell’altro.

Il dialogo tradizionale: questa modalità potrebbe essere usata già con i bambini di 7 anni, anche se in questa età si prediligono ancora altre tecniche, il dialogo tradizionale diventerà utile dagli 11 anni in poi.

Ovviamente il clinico deciderà quale tecnica sia maggiormente utile per il singolo caso.

È fondamentale per aiutare il bambino, che lo psicologi e i genitori instaurino un rapporto di fiducia e collaborazione, che lavorino insieme per raggiungere gli stessi obiettivi e (a volte) che i genitori stessi si mettano in gioco in prima persona cercando di smussare dei comportamenti che invece di depotenziare il sintomo del bambino lo rinforzano, attraverso delle sedute di parent training.

Facendo un lavoro di squadra i genitori potranno notare ed accogliere quei bisogni non espressi del bambino e aiutarlo con il loro calore emotivo.

I test nei bambini

Per i bambini si possono utilizzare diversi tipi di test a seconda di quello che si vuole misurare: per esempio si useranno i test di livello, per valutare il quoziente intellettivo, test di personalità, per avere una valutazione qualitativa dei processi psichici che concorrono all’organizzazione di personalità, test proiettivi, che come caratteristica hanno quella di proporre uno stimolo percettivo più ambiguo possibile, affinchè il soggetto proiettivi al massimo la sua caratteristica problematica; i test proiettivi possono essere strutturati, come il rorschach (che indaga come il soggetto vive le sue esperienze, l’organizzazione della sua personalità, il suo modo di cogliere la realtà, il suo equilibrio psichico) e i test tematici, come il t.a.t che indagano bisogni, conflitti, aspirazioni, timori, sentimenti.

In ultimo, i test maggiormente usati con i bambini, ma non solo, sono i test carta e matita, che hanno come vantaggio il richiedere un materiale ridotto, appunto carta e matita.

Esistono varianti più o meno codificate del disegno infantile in cui intervengono sia le capacità prattognostiche del bambino che la dimensione proiettiva.


Tratto dal libro: psicopatologia del bambino di J. De Ajuriaguerra, D. marcelli, Casa editrice Masson, 1990


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Giornata Open Day presso lo studio di Corso Trieste, 59A Roma

Per l’apertura del nuovo studio a Corso Trieste, si è pensato di aprire le porte con un Open day volto ad avvicinare le persone al benessere mentale.

Se hai dei dubbi, informazioni o hai voglia di confrontarti con un professionista del settore, chiama per assicurarti una consulenza gratuita di 50′ minuti.

Chiama il numero 3491407368 e lasciati guidare dalla voglia di cambiare!

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Rabbia VS Aggressività

La rabbia è un’emozione primaria, tutti noi proviamo rabbia, ed è un’emozione fondamentale per l’individualizzazione del proprio se e per superare tutte le tappe di sviluppo.

La rabbia quindi anche se è un’emozione squalificata nella nostra società, ci aiuta a difenderci da attacchi personali e dalle ingiustizie.

Ma come mai è considerata così negativa? Perché spesso viene associata al comportamento aggressivo, quindi all’aggressività, ma la realtà è che c’è differenza tra l’essere arrabbiati e l’essere aggressivi, quest’ultimo comportamento infatti rimanda ad azioni (verbali, fisiche) volte a ledere se stessi o gli altri.

Quindi attenzione: quando si è arrabbiati non sempre si è aggressivi.

Accettare la proprio rabbia è il primo passo per liberarsi da sensi di colpa, frustrazione, impotenza e tutti quei sentimenti che spesso vanno a sostituire quell’emozione tanto INACCETTABILE.

Chi reprime la rabbia però, spesso si considera inadeguato, sbagliato spostandosi dal versante aggressivo a quello della passività aumentando la possibilità di sperimentare malattie somatiche.

“E se ho paura di provare rabbia, perché ho paura di perdere il controllo?”

Come ho già scritto, il problema non è provare RABBIA, ma aver associato a quest’emozione come difesa il comportamento aggressivo.

Per stare meglio, non si dovrà cancellare la rabbia, ma riconoscerla per disinnescare i significati che si sono negli anni collegati a questa emozione e approfondire i pensieri che sono sottesi, infine prendere coscienza della percezione che ho di me in determinate situazioni.

In questi casi è utile:

1) Un lavoro di alfabetizzazione emotiva, volta a conoscere le emozione, comprenderne i cambiamenti fisiologici del corpo e saper comunicare le emozioni all’altro

2) Saper identificare le situazioni e i comportamenti che accendono la rabbia

3) Saper leggere lo scenario immaginativo della situazione (cosa può succedere in quel preciso momento?) (come mi percepisco?) (l’altro chi è?) (come mi vede l’altro)

4) Riconoscere cosa ho bisogno di comunicare all’altro?

5) Riconoscere il motivo che mi fa provare rabbia

6) Disinnescare la reazione immediata, mettendosi nei panni dell’altro

7) Agire in modo assertivo (comunicare che si sta provando rabbia aiuta ad abbassare l’arousal)

Tutte questi fasi di risoluzione sono difficilmente applicabili senza l’aiuto di uno psicologo, però vi lascio un homework legato alle fasi 6-7 che potete provare a fare da soli nel momento in cui state per perdere le staffe e state per agire in modo aggressivo.

Il compito si chiama DIARIO DELLE EMOZIONI ALTRUI, questo compito vi aiuterà ad entrare in empatia con l’emozione dell’altro, sarà utile per abbassare le difese e proiettarsi sui bisogni dell’altro ovvero uscire dal proprio punto di vista per entrare in contatto con l’altro.

Per essere utile il compito dovrà essere svolto ogni volta che si attiva il comportamento aggressivo, quindi si dovrà annotare ogni scontro che è avvenuto cercando di pensare di essere l’altra persona, quindi si dovrà ragionare come il proprio interlocutore, si dovrà far finta di essere l’altra persona, descrivere i fatti secondo il punto di vista di questa, i pensieri che ha avuto e le emozioni che ha provato (nel compito sarebbe utile usare la prima persona, per facilitare il processo di identificazione).

Una volta ricostruito il pensiero, le emozioni e l’incipit del comportamento altrui sarebbe utile poter comunicare in un secondo tempo, quello che si è compreso!

(Almeno all’inizio del compito, sarebbe utile rispondere all’interlocutore in un secondo tempo, in questo modo si ha la possibile di staccarsi dall’impeto impulsivo dettato dall’immediatezza dell’evento e agire a mente fredda, senza l’attivazione della rabbia)

ESEMPIO di risposta: “questi giorni ho provato a mettermi nei tuoi panni e mi sono reso conto quanto questo errore che ho fatto possa averti creato nell’azienda dei problemi a livello economico, in realtà la tua reazione potrebbe essere giusta dal tuo punto di vista, ma ci tenevo a dirti che nonostante io abbia riconosciuto i tuoi sentimenti questo tuo comportamento mi ha fatto arrabbiare perché mi ha fatto sentire giudicato, squalificato come persona, avrei apprezzato una critica costruttiva volta a migliorare il mio comportamento invece le tue parole mi hanno fatto sentire sbagliato.”

Fammi sapere se l’esercizio ti ha aiutato ad abbassare la tua aggressività!

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La psicoterapia post-razionalista: il mio approccio terapeutico con il paziente costruttore di realtà

Nell’articolo precedente ho accennato al mio approccio terapeutico cognitivista post razionalista integrato con l’approccio analitico interpersonale (non farò pubblicità alla  mia scuola di psicoterapia, quindi ometterò il suo nome di proposito).

La scelta del modello terapeutico da seguire in psicoterapia per nessuno psicologo è semplice, infatti l’approccio terapeutico sarà la base da cui partiranno tutti gli interventi terapeutici; per questo credo sia importante scriverne un articolo, e parlare di quanto sia stato importante per me affidarmi ad un approccio piuttosto che ad un altro (spero questo articolo possa essere utile per giovani colleghi che sono alla ricerca di una scuola di psicoterapia che completi i propri studi, ma anche utile al paziente che decide di intraprendere un percorso terapeutico con me).

Ritornando alla scelta dell’approccio è stata una scelta decisiva per la mia professione ma devo dire è stata molto sofferta!

Per scegliere la scuola di psicoterapia, per prima cosa ho scritto su un foglio quali fossero per me le teorie più importanti della psicologia (quelle cose per me fondamentali da trattare – per esempio, sapevo di non poter rinunciare allo studio dell’attaccamento infantile, alle teorie di Bowlby e della Crittenden) e quindi ho iniziato ad informarmi tramite colleghi, tutor, internet, libri quali approcci e scuole andassero a sviscerare tali temi.

Successivamente mi sono guardata allo specchio (metaforicamente!) e ho deciso di scrivere (sempre sul foglio di prima) le mie caratteristiche personali e come mi sarei immaginata in seduta con l’altro, per esempio, quali caratteristiche avrei voluto portare con me? sicuramente:  l’empatia, l’informalità e la flessibilità; queste caratteristiche personali non avrebbero potuto andare d’accordo con approcci troppo ortodossi e quindi sono partita alla ricerca della scuola basandomi su chi ero io  e che tipo di terapeuta volevo diventare! dopo aver fatto un tour in tutte le scuole messe nel mio mirino, ho iniziato a fare una scrematura, basandomi sui criteri scritti sopra e alla fine mi sono lasciata completamente rapire dallo spirito di una di queste, ricordo la sensazione provata entrando lì dentro, era un mix di meraviglia, stupore e senso di familiarità, tutto sembrava coincidere con le mie aspettative e quello che avrei voluto dare all’altro.

Tutte le scuole che avevo visitato prima, infatti, non andavano a sposarsi con i miei valori, e nonostante fossero molto prestigiose (nulla da togliere agli altri approcci terapeutici) alla fine sono arrivata alla conclusione che, semplicemente non facevano per me! Molte scuole, erano costruite intorno a metodi rigorosi e direttivi, che se da una parte mi tranquillizzavo per la possibilità di possedere una valigia di tecniche specifiche sempre pronte per ogni problematica, e quindi nel sentirmi più tranquilla negli interventi, dall’altra mi terrorizzava l’idea di perdere la cosa per me più importante da portare in relazione con il paziente “la MIA soggettività”, la mia arte di improvvisazione e la mia voglia di rendere UNICA la persona che avrei avuto di fronte! Anche perché, in realtà molti studi scientifici hanno dimostrato che non esiste una tecnica terapeutica migliore delle altre, ma il fattore predittivo di una buona riuscita terapeutica è LA RELAZIONE, L’EMPATIA, LA FIDUCIA CON IL PAZIENTE,  quindi i fattori predittivi che misurano l’andamento della terapia sono tutti ASPECIFICI alla tecnica usata (che è più utili a noi terapeuti che ai pazienti).

Quindi ho scelto ascoltando il mio cuore, il mio istinto e la mia personalità (non a caso il mio approccio aiuta il paziente ad osservare le sue emozioni e a seguire il suo vero se)  e il mio approccio è davvero costruito sulla flessibilità e sull’integrazione di molte tecniche diverse tra loro, è centrata sulla persona,  e soprattutto va oltre l’idea dello psicoterapeuta “sfinge”, ovvero la convinzione di supremazia e superiorità del terapeuta nel possedere la verità assoluta, lasciando spazio ad una relazione equilibrata che renda il paziente costruttore di realtà! Attraverso la narrazione, il paziente (strumento principale) porterà il terapeuta ad entrare nel suo mondo, a guardarlo attraverso le sue lenti (il terapeuta senza cercare  di portarlo a leggere il mondo con altri occhiali) avrà il compito di rendere flessibile la persona nei suoi significati personali, e potrà perturbarlo, o meglio “scutere” il suo sistema per farlo riorganizzare, senza inserire cose, idee, principi, valori che non gli appartengono, semplicemente insegnandogli ad esplorarsi! La relazione con il terapeuta rappresenterà la base sicura dove il paziente, potrà sperimentarsi e farà da specchio alle vecchie e future relazioni, portandolo a vivere in modo sano e maturo tutte le sue interazioni, abbandonando schemi disfunzionali.

L’approccio post-razionalista è stato coniato per la prima volta negli anni ’80 da Vittorio Guidano, è un filone che mette in luce l’aspetto emotivo dell’individuo e della sua relatività nel vivere e conoscere il mondo andando oltre il comportamentismo che si limitava a studiare i comportamenti e considerare la mente come una scatola nera.

Attraverso il cognitivismo post-razionalista il paziente può muoversi insieme al terapeuta in una esplorazione profonda del proprio se e osservarsi come farebbe uno scienziato capace di mettere in luce tutte quelle dinamiche personali che caratterizzano il suo significato personale., il suo compito sarà quindi, quello di imparare ad auto-osservarsi e guardarsi dentro come se stesse guardando un film da spettatore.

L’obiettivo della terapia sarà quello di ampliare la flessibilità di significato personale e non trovare criteri di veridicità obiettivi di come vivere la vita, in quanto si rispetta il modo di vivere del paziente e la sua soggettività.

Il terapeuta insegnerà alla persona a ricostruire i significati personali costruiti in relazione alle esperienze emotive vissute nella fase evolutiva.

La cosa più interessante del mio approccio è quello di integrare al costruttivismo di Vittorio Guidano il modello di Lorna Benjamin, in un potente strumento in grado di rendere al paziente tre diagnosi: la classica da manuale DSM 5, la diagnosi post razionalista e la diagnosi interpersonale (il modo in cui il paziente entra in relazione con gli altri, come si vede nella relazione e come si percepisce in relazione) sapendo che le prime relazioni di vita possono influenzare il modo in cui una persona entrerà in contatto con gli altri e sopratutto saprà predire quali persone si preferisce avere al proprio fianco, ovvero, quelle che saranno capaci, di portare avanti quella trama di aspettative sul proprio essere.

L’approccio che utilizzo in seduta è quindi un approccio che mette la persona al centro della terapia e alleata al terapeuta diventa protagonista della costruzione della realtà in un viaggio alla scoperta delle emozioni base che spingono a muoversi nel mondo e con gli altri.

Come la persona può tornare a stare bene?

Quando la persona avrà un insight, un’illuminazione, da questo momento, il terapeuta potrà muovere i primi passi verso una riorganizzazione del materiale interno, in questa fase di intervento, la persona avrà come l’impressione di aver trovato quel filo conduttore che ha mosso da sempre le sue azioni fino a quel momento; il compito del terapeuta è solo quello di rielaborare il tutto, renderlo a lui accessibile attraverso processi di generalizzazione,  in modo che possa comprendere i motivi profondi dei suoi scompensi e creare un nuovo equilibrio personale.

Ovviamente è importante ricordare alla persona in seduta, che a volte il processo terapeutico sarà doloroso, faticoso, e lasciarsi andare ad un nuovo equilibrio a volte significherà staccarsi da una parte di se (anche se disfunzionale) che non si vuole abbandonare perché legata a vecchi ricordi e quindi si vorrà lasciare la terapia per restare quello che si era in passato, si vivranno spesso momenti di lotta interna, in cui  la scelta è restare come si è oppure cambiare..

Io in un training nella scuola di psicoterapia!!! 🙂

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I miei errori prima di diventare psicologa

Oggi voglio scrivere qualcosa di diverso rispetto ai soliti articoli tecnici di psicologia ed aprirmi a voi per raccontarvi la mia storia professionale con tutti gli errori che ho commesso prima di spiccare il volo e diventare psicologa.

Ho deciso di fare questo articolo per dare coraggio a tutti quelli che hanno paura dei cambiamenti e che per questo non osano, restando ancorati a situazioni “sicure” che non comportano rischi, ma che fanno stare male.

Questo lo dico perché spesso vedo intorno a me professionisti (di ogni tipo – non solo psicologi) super preparati tecnicamente che rimangono imbrigliati in lavori che sminuiscono le loro competenze (tutto il rispetto per il lavoro – chi mi conosce sa quanti ne ho fatti in passato per pagarmi gli studi ed i miei sogni – e si, a volte i sogni costano molto!) ma ritorniamo ai professionisti super tecnici, perché sono bloccati? Perché sono impauriti, beh, io ero una di loro!

Quando ho deciso di inscrivermi alla facoltà di Psicologia avevo 18 anni e nessuno mi aveva detto quanto sarebbe stata difficile la strada verso la professione, tanto meno che le possibilità di essere assunti all’interno di strutture pubbliche erano pari a Zero, e che forse l’unica strada per lavorare sarebbe stata quella di intraprendere la via della libera professione! (Forse è stato meglio non saperlo all’epoca, beata spensieratezza) quindi ho iniziato la salita verso la laurea, (diciamo che già decidere di laurearsi è una cosa da ricchi o comunque persone benestanti quindi provenendo da una famiglia umile decisi di iniziare a lavorare all’interno di un bar) e tra servire caffè e cappuccini e giornate di studio intenso (mentre tutti i miei amici uscivano) sono arrivata alla laurea triennale.

Ovviamente per chi decide di fare lo psicologo non può fermarsi ai primi 3 anni ma deve continuare a studiare per prendere la laurea specialistica di altri due anni! Che dire, gli anni più belli della mia vita: spesi tra serate a San Lorenzo con i compagni di corsi, chiuse sui libri, capuccini al bar.

Tutto bello finchè si aggiunse a tutto questo il tirocinio (all’epoca c’era l’obbligo di tirocinio pre lauream in facoltà) ed io decisi di trascorrere le mie ore nella comunità terapeutica di Villa Maraini, dove ebbi il mio primo approccio con pazienti tossicodipendenti (un’esperienza molto intensa per una ragazza di poco più di 20 anni).

Il tirocinio mi aiutò moltissimo ad imparare a dire NO, e distanziarmi dall’altro, perché per aiutare l’altro si deve stare ad una distanza sufficiente, che permette di essere vicini ma non troppo! (Per me questa è stata la più grande difficoltà della professione) comunque tra notti insonni per preparare gli esami sono passati anche gli ultimi due anni! Vi mostro la mia felicità il giorno della laurea specialistica.

Ero felicissima la mia gioia era immensa, ma il bello ancora non era arrivato!

Successivamente, mi licenziai come cameriera e iniziai a fare i primi lavoretti da neo laureata, lavorai per un progetto di employer Branding per Unilever e recruiting,

poi iniziai a lavorare in una società di comunicazione (imparai tante cose sui social sulla scrittura e conobbi persone fantastiche) eppure ad un certo punto sentì che quello non era il mio posto, così, come a mio solito, mollai tutto per rimettermi in gioco!..Quando una persona mi aprì gli occhi e mi disse:”forse è il caso che ti abili alla professione?”💡

Aveva ragione, era arrivato il momento di prendersi sul serio, così iniziai il tirocinio post lauream di un anno presso l’ospedale Spallanzani, qui ed ebbi la possibilità di osservare i primi colloqui individuali e confrontarmi con professionisti TOP!

Questa è la foto che sancisce la fine del mio tirocinio!

Dopo iniziai a studiare come una forsennata, il mio unico pensiero all’epoca era superare il mio ultimo ostacolo, l’esame di stato per l’abilitazione alla professione!😰😱

(Pensavo ultimo – in realtà era solo l’inizio)

Dovete sapere che l’esame di stato terrorizza ogni studente di psicologia: 3 prove scritte e una orale con probabilità di superarle tutte pari al 20% .

Si narra di gente bocciata 6 volte, flotte di persone che vanno in altre università di altre Regioni per sostenere gli esami! Io?

Decisi di studiare e provare, e finalmente diventai psicologa!(ancora oggi non so se passai l’esame per il profondo studio o per sola fortuna).

Ma a breve sarebbe continuata la mia vagonata di errori.

Se ripenso a quei momenti, mi penso disorientata, infatti vagavo alla ricerca del mio posto nel mondo, alla ricerca disperata di un lavoro vero, d’altronde tutti i miei amici già lavoravano ed io volevo realizzarmi!

Quindi ricominciai a lavorare come cameriera e nel frattempo avrei cercato la mia strada (forse all’epoca credevo di trovarla nei fondi di caffè, chissà) ma smanettando su internet mi accorsi che l’unico posto per essere assunti come psicologi era fare l’hr (risorse umane -colloqui di selezione) quindi feci un master in hr management! Capì come muovermi su un palco, strutturare assessment group, colloqui individuali, lavorare in team, ecc, ma poi capì che non era per me! Ricominciai a guardarmi intorno, e frequentare gli eventi dell’ordine degli psicologi del Lazio, poichè ero venuta a conoscenza delle iniziative che facevano per i nuovi inscritti all’ordine, quindi giornate formative sul come promuoversi e come iniziare la libera professione?!?!? (Ora ho il piacere di fare la formatrice anche io in questi corsi all’interno dell’ordine♥️)

Però nei corsi si parlava spesso di Libera professione….

Ma come avrei fatto a iniziare?

E poi, proprio io, che venivo da una famiglia che ha sempre pensato che la cosa più sacra è il posto fisso!? Io che avrei dovuto tirarmi su le maniche e fare tutto da sola per avviare una professione che ancora non conoscevo? Mmmmmh

La cosa mi spaventava ma allo stesso tempo incuriosiva e iniziai ad aprire il mio primo blog (forse pensandoci adesso la libera professionista è davvero l’unica cosa che io avrei potuto fare nella vita, ma questo è il risultato di una consapevolezza maturata negli anni, all’epoca ancora non ero: “ne carne e ne pesce” mi dividevo tra sentirmi una cameriera ed essere una psicologa).

Per fortuna però la mia curiosità e la mia passione mi spinsero a saperne sempre di più di psicologia, finchè un bando all’interno dell’ordine degli psicologi del Lazio, sulla selezione di un candidato che aderisse al gruppo di lavoro “psicologi del Lavoro” mi passò davanti gli occhi, e senza pensarci su due volte scrissi il progetto che richiedevano per essere scelti e mi presero!!!! Ero la persona più felice del mondo, finalmente iniziavo a fare qualcosa di Psi!!!

Grazie a tutti i colleghi del gruppo di lavoro, mi appassionai anche al filone dell’orientamento al lavoro e allo sviluppo di carriera ed ad oggi sono ancora con loro a fare dei progetti fichissimi!

Però prima ho parlato di errori, si perché la realtà è che se avessi capito prima, che la mia strada sarebbe stata la libera professione, non avrei perso tempo a scervellarmi ed a umiliarmi cercando lavori dove non ero riconosciuta perché non potevo dare il mio meglio e soprattutto non sarei stata così male, ma all’epoca non lo capì e ricominciai a fare la cameriera, questa volta motivata dall’idea che avrei investito nella mia crescita! La cameriera Ilaria negli anni divenne anche: segretaria, commessa, hostess, baby sitter, tutor d’aula, impiegata, animatrice, ecc ecc, ho fatto davvero tantissimi lavori (mi sono serviti tutti), ma soprattutto ho potuto iniziare a credere di investire su di me e sulle mie competenze, quindi mi sono segnata alla scuola di specializzazione in psicoterapia di orientamento cognitivo interpersonale (in un altro articolo spiegherò che cos’è e perché ho scelto questo approccio)!

Successivamente però continuavo a sbagliare, perché, ovviamente non ci pensavo minimamente a mollare i miei famosi lavori “salvagente” e continuavo a vivere la mia vita separata tra psicologia e tanto altro, altro, altro…

L’errore più grande che ho commesso è stato quello di non credere abbastanza in me stessa, ma credere tantissimo nella convinzione che prima di iniziare a lavorare come psicologa, avrei dovuto conoscere alla perfezione tutte le teorie e le tecniche psicologiche in uso (ad oggi dico:”rilassati, non potrai mai conoscere tutto) il mio pensiero era: “in mano avrò la salute psichica di una persona, devo essere certa di essere preparara alla perfezione per poterla aiutare” eppure nonostante altri corsi, master e la scuola di psicoterapia, non mi sentivo mai pronta!

Ero come i professionisti che vi ho scritto all’inizio, ero completamente terrorizzata dall’idea di restare senza nulla tra le mani e non parlo solo di money ma proprio della paura di non fare niente, di diventare una larva e di perdere interesse per la mia vocazione (la mia vocazione è sempre stata quella di fare qualcosa per aiutare gli altri) quindi non solo continuai ad aumentare le attività, i corsi, lo studio, per prepararmi ma dall’altra parte mi sovraccaricai di lavoro “altro ” e (per aggiungere la ciliegina sulla torta) decisi di andare a convivere e prendere un cane!

Questa mia nuova condizione di vita, mi portò a complicare ancora più le cose visto che dovetti per forza di cose lavorare di più! Fino al punto di non avere più un minimo di tempo libero!

Mentre le mie competenze psi aumentavano: attraverso i tirocini, consulenze a scuola, colloqui in farmacia, all’ospedale, all’onlus (dove ancora collaboro) in proporzione aumentava anche il tempo che gli dedicavo, ma il bello è che il tempo dedicato ad “altro” non decresceva!!!

Ero al punto di implodere, al punto di non ritorno e solo quando decisi che forse era il caso di volersi più bene e credere al fatto reale che ero diventata una psicologa in grado di fare buoni interventi, che capì che era il caso di smettere di continuare a sbagliare.

A poco a poco iniziai a tagliare, feci anche scelte drastiche (pazze) rinunciai ad un contratto di lavoro, al mio passato e alla mia doppia vita (un pò psi un pò altro).

Credo che a tutti succeda prima o poi, di sentire l’esigenza di voler aprire gli occhi, a me questo è avvenuto quando ho sentito dentro di me, cambiare il modo in cui mi percepivo, quando ho iniziato ad ESSERE una psicologa nella mia anima (sulla carta lo ero da anni), e in quel momento ho sentito, che nonostante tutte le paure, nulla poteva più tenere a freno quel ciclone di emozioni che mi attraversavano e mi dicevano: ” sei pronta, ora puoi fare qualcosa per gli altri”

Quindi professionisti impauriti, tutto si può, se si vuole davvero, anche se la paura di cadere nel vuoto rimane!

Ammetto, è stata difficile e ancora lo è, ci sono momenti in cui mi faccio molte domande, per esempio mi chiedo chi sarei diventata se avessi preso un’altra strada, come avrei vissuto, ma poi mi guardo allo specchio e penso che non avrei mai potuto essere altro.

Ed oggi ancora non mi sento in cima alla mia montagna, ma comunque so che il vero traguardo non sarà arrivare alla cima ma tornare sani e salvi alla partenza!

dott.ssa Ilaria Pavoni -PSICOLOGA- 😃

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Qual è il copione della tua vita?

Ogni storia che tu abbia ascoltato da bambino inizia con: ” c’era una volta..” il seguito è sempre da costruire, ma se l’inizio è uguale per tutte le fiabe e quindi anche per la tua, non si può dire lo stesso per il finale, che non è poi così scontato sia :“e vissero felici e contenti“.

Secondo Berne, medico e psicoterapeuta, padre fondatore dell’analisi transazionale e del copione di vita, ogni persona intorno ai 4 anni ha già una bozza di copione di vita ma a 7 anni è pronto per metterlo in scena.

Il copione infatti è influenzato da: come i genitori vedono e come vorrebbero i propri figli, il loro copioni di vita, dal patrimonio genetico, l’imprinting primordiale, dal gioco e l’imitazione infantile, l’addestramento parentale, la sottomissione sociale e la creatività spontanea.

Il copione di vita è un progetto di vita inconscio che spinge ogni persona a seguire la strada imposta, che può essere di un destino glorioso e quindi da vincitore oppure porterà ad una fine tragica da perdente.

Il fatto curioso è che nonostante il mondo sia pieno di persone, il copione di vita sceglierà al proprio posto chi avere al fianco, così ci si accompagnerà con persone che reciteranno ruoli volti a portare o alla gloria o alla rovina.

(Di solito persone con copioni vincenti si avvicineranno a persone con copioni vincenti e persone con copioni perdenti si avvicineranno a persone simili)

Quindi il proprio destino è segnato da azioni volte a confermare il copione che hanno scritto i propri genitori attraverso i loro desideri e aspirazioni, e tutta questa immaginazione ha inizio nel momento del concepimento e subito dopo con la messa in atto di queste, attraverso le parole usate e le azioni che faranno credere che quella e l’unica possibilità di vita che si poteva meritare.

Si può cambiare un copione di vita?

Si può strappare un copione da perdente o rospo/ranocchia e scriverne uno nuovo da principe/principessa?

La risposta è Si, attraverso una attenta riflessione ed autosservazione o semplicemente attraverso un percorso terapeutico, dove si potrà far luce su quegli aspetti ricorsivi che portano la persona a stare sempre male per le stesse cose.

Esercitazione (più semplice se fatto scrivendo)

1) Se la tua vita familiare fosse rappresentata su un palcoscenico, che tipo ti lavoro teatrale pensi che sarebbe? Come si comporterrebbero i personaggi? Racconta la storia e il finale

2) Qual’è il personaggio preferito (reale, favola, film). In questo esercizio è importante interpretare o scrivere in prima persona il personaggio e la sua storia mettendo in luce le cose che lo attirano e quello che lo spaventano

In entrambi gli esercizi è importante mettere in luce le similitudini tra la storia raccontata e la propria vita reale, le virtù, che non ne fanno parte ma che si vorrebbero invece avere.

Conoscere il proprio copione di vita ti libera da una storia che non hai scelto!

Dott.ssa Ilaria Pavoni