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Il bambino in seduta psicologica

Quante volte vi sarete chiesti cosa fa in seduta psicologica vostro figlio?

Cercherò in questo breve articolo di descrivere le modalità di comunicazione più usate dagli psicologi con i bambini più piccoli.

Ovviamente il testo è riduttivo in quanto i clinici sono liberi di essere creativi con i bambini ed usare molte tecniche stimolanti e giochi divertenti basta che abbiano come scopo ed obiettivo finale quello di aiutare il bambino a superare i propri disagi emotivi e/o comportamentali.

Ricordiamoci che il bambino deve poter trovare all’interno dello studio clinico un ambiente sicuro dove poter esprimere liberamente se stesso.

Il clinico dovrà mostrarsi cordiale e pronto ad uno scambio affettivo.

Le modalità comunicative con i bambini possono essere descritte in modo schematico qui sotto:

Il gioco: attraverso il gioco il bambino riesce a dominare le sue paure, e proiettare sui personaggi del gioco la sua vita e l’immagine introiettata che ha delle persone significative.

Per un clinico è importante avere in studio: macchinine, bambole, peluche, armi giocattolo, piattini e posate.

Attraverso il gioco, si possono analizzare i movimenti del bambino, la velocità in cui cambia gioco, gli scambi con l’esaminatore, i giochi che predilige, inoltre il gioco libero può rappresentare anche un’azione di ice breaking per bambini inibiti.

Il dialogo immaginario: il suo prototipo è il gioco con le marionette, ma si possono inventare favole e storie o il gioco di ruolo (ex: gioco della scuola) in questo modo sarà possibile conoscere attraverso gli scambi di parole tra il bambino e l’esaminatore il modo in cui il bambino si relaziona all’altro, il modo in cui entra nella relazione e come si vede negli occhi dell’altro, inoltre potrà raccontarsi attraverso una depersonalizzazione che dia la libertà di esprimere le sue difficoltà senza parlare in prima persona.

Il disegno: È utile lasciare a portata del bambino sempre dei fogli (già predisposti prima in ordine sparso su un tavolino con un astuccio con matite e colori).

Il bambino una volta aver preso confidenza con l’ambiente che lo circonda potrà essere invitato dal clinico a fare un disegno spontaneo e successivamente potrà essere proposto un ulteriore tema.

Si può proporre anche la tecnica dello squiggle di Winnicott dove il bambino ed il clinico giocano insieme ad inventare dei disegni partendo dallo scarabocchio l’uno dell’altro.

Il dialogo tradizionale: questa modalità potrebbe essere usata già con i bambini di 7 anni, anche se in questa età si prediligono ancora altre tecniche, il dialogo tradizionale diventerà utile dagli 11 anni in poi.

Ovviamente il clinico deciderà quale tecnica sia maggiormente utile per il singolo caso.

È fondamentale per aiutare il bambino, che lo psicologi e i genitori instaurino un rapporto di fiducia e collaborazione, che lavorino insieme per raggiungere gli stessi obiettivi e (a volte) che i genitori stessi si mettano in gioco in prima persona cercando di smussare dei comportamenti che invece di depotenziare il sintomo del bambino lo rinforzano, attraverso delle sedute di parent training.

Facendo un lavoro di squadra i genitori potranno notare ed accogliere quei bisogni non espressi del bambino e aiutarlo con il loro calore emotivo.

I test nei bambini

Per i bambini si possono utilizzare diversi tipi di test a seconda di quello che si vuole misurare: per esempio si useranno i test di livello, per valutare il quoziente intellettivo, test di personalità, per avere una valutazione qualitativa dei processi psichici che concorrono all’organizzazione di personalità, test proiettivi, che come caratteristica hanno quella di proporre uno stimolo percettivo più ambiguo possibile, affinchè il soggetto proiettivi al massimo la sua caratteristica problematica; i test proiettivi possono essere strutturati, come il rorschach (che indaga come il soggetto vive le sue esperienze, l’organizzazione della sua personalità, il suo modo di cogliere la realtà, il suo equilibrio psichico) e i test tematici, come il t.a.t che indagano bisogni, conflitti, aspirazioni, timori, sentimenti.

In ultimo, i test maggiormente usati con i bambini, ma non solo, sono i test carta e matita, che hanno come vantaggio il richiedere un materiale ridotto, appunto carta e matita.

Esistono varianti più o meno codificate del disegno infantile in cui intervengono sia le capacità prattognostiche del bambino che la dimensione proiettiva.


Tratto dal libro: psicopatologia del bambino di J. De Ajuriaguerra, D. marcelli, Casa editrice Masson, 1990


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I miei errori prima di diventare psicologa

Oggi voglio scrivere qualcosa di diverso rispetto ai soliti articoli tecnici di psicologia ed aprirmi a voi per raccontarvi la mia storia professionale con tutti gli errori che ho commesso prima di spiccare il volo e diventare psicologa.

Ho deciso di fare questo articolo per dare coraggio a tutti quelli che hanno paura dei cambiamenti e che per questo non osano, restando ancorati a situazioni “sicure” che non comportano rischi, ma che fanno stare male.

Questo lo dico perché spesso vedo intorno a me professionisti (di ogni tipo – non solo psicologi) super preparati tecnicamente che rimangono imbrigliati in lavori che sminuiscono le loro competenze (tutto il rispetto per il lavoro – chi mi conosce sa quanti ne ho fatti in passato per pagarmi gli studi ed i miei sogni – e si, a volte i sogni costano molto!) ma ritorniamo ai professionisti super tecnici, perché sono bloccati? Perché sono impauriti, beh, io ero una di loro!

Quando ho deciso di inscrivermi alla facoltà di Psicologia avevo 18 anni e nessuno mi aveva detto quanto sarebbe stata difficile la strada verso la professione, tanto meno che le possibilità di essere assunti all’interno di strutture pubbliche erano pari a Zero, e che forse l’unica strada per lavorare sarebbe stata quella di intraprendere la via della libera professione! (Forse è stato meglio non saperlo all’epoca, beata spensieratezza) quindi ho iniziato la salita verso la laurea, (diciamo che già decidere di laurearsi è una cosa da ricchi o comunque persone benestanti quindi provenendo da una famiglia umile decisi di iniziare a lavorare all’interno di un bar) e tra servire caffè e cappuccini e giornate di studio intenso (mentre tutti i miei amici uscivano) sono arrivata alla laurea triennale.

Ovviamente per chi decide di fare lo psicologo non può fermarsi ai primi 3 anni ma deve continuare a studiare per prendere la laurea specialistica di altri due anni! Che dire, gli anni più belli della mia vita: spesi tra serate a San Lorenzo con i compagni di corsi, chiuse sui libri, capuccini al bar.

Tutto bello finchè si aggiunse a tutto questo il tirocinio (all’epoca c’era l’obbligo di tirocinio pre lauream in facoltà) ed io decisi di trascorrere le mie ore nella comunità terapeutica di Villa Maraini, dove ebbi il mio primo approccio con pazienti tossicodipendenti (un’esperienza molto intensa per una ragazza di poco più di 20 anni).

Il tirocinio mi aiutò moltissimo ad imparare a dire NO, e distanziarmi dall’altro, perché per aiutare l’altro si deve stare ad una distanza sufficiente, che permette di essere vicini ma non troppo! (Per me questa è stata la più grande difficoltà della professione) comunque tra notti insonni per preparare gli esami sono passati anche gli ultimi due anni! Vi mostro la mia felicità il giorno della laurea specialistica.

Ero felicissima la mia gioia era immensa, ma il bello ancora non era arrivato!

Successivamente, mi licenziai come cameriera e iniziai a fare i primi lavoretti da neo laureata, lavorai per un progetto di employer Branding per Unilever e recruiting,

poi iniziai a lavorare in una società di comunicazione (imparai tante cose sui social sulla scrittura e conobbi persone fantastiche) eppure ad un certo punto sentì che quello non era il mio posto, così, come a mio solito, mollai tutto per rimettermi in gioco!..Quando una persona mi aprì gli occhi e mi disse:”forse è il caso che ti abili alla professione?”💡

Aveva ragione, era arrivato il momento di prendersi sul serio, così iniziai il tirocinio post lauream di un anno presso l’ospedale Spallanzani, qui ed ebbi la possibilità di osservare i primi colloqui individuali e confrontarmi con professionisti TOP!

Questa è la foto che sancisce la fine del mio tirocinio!

Dopo iniziai a studiare come una forsennata, il mio unico pensiero all’epoca era superare il mio ultimo ostacolo, l’esame di stato per l’abilitazione alla professione!😰😱

(Pensavo ultimo – in realtà era solo l’inizio)

Dovete sapere che l’esame di stato terrorizza ogni studente di psicologia: 3 prove scritte e una orale con probabilità di superarle tutte pari al 20% .

Si narra di gente bocciata 6 volte, flotte di persone che vanno in altre università di altre Regioni per sostenere gli esami! Io?

Decisi di studiare e provare, e finalmente diventai psicologa!(ancora oggi non so se passai l’esame per il profondo studio o per sola fortuna).

Ma a breve sarebbe continuata la mia vagonata di errori.

Se ripenso a quei momenti, mi penso disorientata, infatti vagavo alla ricerca del mio posto nel mondo, alla ricerca disperata di un lavoro vero, d’altronde tutti i miei amici già lavoravano ed io volevo realizzarmi!

Quindi ricominciai a lavorare come cameriera e nel frattempo avrei cercato la mia strada (forse all’epoca credevo di trovarla nei fondi di caffè, chissà) ma smanettando su internet mi accorsi che l’unico posto per essere assunti come psicologi era fare l’hr (risorse umane -colloqui di selezione) quindi feci un master in hr management! Capì come muovermi su un palco, strutturare assessment group, colloqui individuali, lavorare in team, ecc, ma poi capì che non era per me! Ricominciai a guardarmi intorno, e frequentare gli eventi dell’ordine degli psicologi del Lazio, poichè ero venuta a conoscenza delle iniziative che facevano per i nuovi inscritti all’ordine, quindi giornate formative sul come promuoversi e come iniziare la libera professione?!?!? (Ora ho il piacere di fare la formatrice anche io in questi corsi all’interno dell’ordine♥️)

Però nei corsi si parlava spesso di Libera professione….

Ma come avrei fatto a iniziare?

E poi, proprio io, che venivo da una famiglia che ha sempre pensato che la cosa più sacra è il posto fisso!? Io che avrei dovuto tirarmi su le maniche e fare tutto da sola per avviare una professione che ancora non conoscevo? Mmmmmh

La cosa mi spaventava ma allo stesso tempo incuriosiva e iniziai ad aprire il mio primo blog (forse pensandoci adesso la libera professionista è davvero l’unica cosa che io avrei potuto fare nella vita, ma questo è il risultato di una consapevolezza maturata negli anni, all’epoca ancora non ero: “ne carne e ne pesce” mi dividevo tra sentirmi una cameriera ed essere una psicologa).

Per fortuna però la mia curiosità e la mia passione mi spinsero a saperne sempre di più di psicologia, finchè un bando all’interno dell’ordine degli psicologi del Lazio, sulla selezione di un candidato che aderisse al gruppo di lavoro “psicologi del Lavoro” mi passò davanti gli occhi, e senza pensarci su due volte scrissi il progetto che richiedevano per essere scelti e mi presero!!!! Ero la persona più felice del mondo, finalmente iniziavo a fare qualcosa di Psi!!!

Grazie a tutti i colleghi del gruppo di lavoro, mi appassionai anche al filone dell’orientamento al lavoro e allo sviluppo di carriera ed ad oggi sono ancora con loro a fare dei progetti fichissimi!

Però prima ho parlato di errori, si perché la realtà è che se avessi capito prima, che la mia strada sarebbe stata la libera professione, non avrei perso tempo a scervellarmi ed a umiliarmi cercando lavori dove non ero riconosciuta perché non potevo dare il mio meglio e soprattutto non sarei stata così male, ma all’epoca non lo capì e ricominciai a fare la cameriera, questa volta motivata dall’idea che avrei investito nella mia crescita! La cameriera Ilaria negli anni divenne anche: segretaria, commessa, hostess, baby sitter, tutor d’aula, impiegata, animatrice, ecc ecc, ho fatto davvero tantissimi lavori (mi sono serviti tutti), ma soprattutto ho potuto iniziare a credere di investire su di me e sulle mie competenze, quindi mi sono segnata alla scuola di specializzazione in psicoterapia di orientamento cognitivo interpersonale (in un altro articolo spiegherò che cos’è e perché ho scelto questo approccio)!

Successivamente però continuavo a sbagliare, perché, ovviamente non ci pensavo minimamente a mollare i miei famosi lavori “salvagente” e continuavo a vivere la mia vita separata tra psicologia e tanto altro, altro, altro…

L’errore più grande che ho commesso è stato quello di non credere abbastanza in me stessa, ma credere tantissimo nella convinzione che prima di iniziare a lavorare come psicologa, avrei dovuto conoscere alla perfezione tutte le teorie e le tecniche psicologiche in uso (ad oggi dico:”rilassati, non potrai mai conoscere tutto) il mio pensiero era: “in mano avrò la salute psichica di una persona, devo essere certa di essere preparara alla perfezione per poterla aiutare” eppure nonostante altri corsi, master e la scuola di psicoterapia, non mi sentivo mai pronta!

Ero come i professionisti che vi ho scritto all’inizio, ero completamente terrorizzata dall’idea di restare senza nulla tra le mani e non parlo solo di money ma proprio della paura di non fare niente, di diventare una larva e di perdere interesse per la mia vocazione (la mia vocazione è sempre stata quella di fare qualcosa per aiutare gli altri) quindi non solo continuai ad aumentare le attività, i corsi, lo studio, per prepararmi ma dall’altra parte mi sovraccaricai di lavoro “altro ” e (per aggiungere la ciliegina sulla torta) decisi di andare a convivere e prendere un cane!

Questa mia nuova condizione di vita, mi portò a complicare ancora più le cose visto che dovetti per forza di cose lavorare di più! Fino al punto di non avere più un minimo di tempo libero!

Mentre le mie competenze psi aumentavano: attraverso i tirocini, consulenze a scuola, colloqui in farmacia, all’ospedale, all’onlus (dove ancora collaboro) in proporzione aumentava anche il tempo che gli dedicavo, ma il bello è che il tempo dedicato ad “altro” non decresceva!!!

Ero al punto di implodere, al punto di non ritorno e solo quando decisi che forse era il caso di volersi più bene e credere al fatto reale che ero diventata una psicologa in grado di fare buoni interventi, che capì che era il caso di smettere di continuare a sbagliare.

A poco a poco iniziai a tagliare, feci anche scelte drastiche (pazze) rinunciai ad un contratto di lavoro, al mio passato e alla mia doppia vita (un pò psi un pò altro).

Credo che a tutti succeda prima o poi, di sentire l’esigenza di voler aprire gli occhi, a me questo è avvenuto quando ho sentito dentro di me, cambiare il modo in cui mi percepivo, quando ho iniziato ad ESSERE una psicologa nella mia anima (sulla carta lo ero da anni), e in quel momento ho sentito, che nonostante tutte le paure, nulla poteva più tenere a freno quel ciclone di emozioni che mi attraversavano e mi dicevano: ” sei pronta, ora puoi fare qualcosa per gli altri”

Quindi professionisti impauriti, tutto si può, se si vuole davvero, anche se la paura di cadere nel vuoto rimane!

Ammetto, è stata difficile e ancora lo è, ci sono momenti in cui mi faccio molte domande, per esempio mi chiedo chi sarei diventata se avessi preso un’altra strada, come avrei vissuto, ma poi mi guardo allo specchio e penso che non avrei mai potuto essere altro.

Ed oggi ancora non mi sento in cima alla mia montagna, ma comunque so che il vero traguardo non sarà arrivare alla cima ma tornare sani e salvi alla partenza!

dott.ssa Ilaria Pavoni -PSICOLOGA- 😃

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ANSIA E FIORI DI BACH

Sempre più spesso, sono circondata da persone, che dichiarano di provare forti sensazioni di ansia, le sensazioni somatiche che riportano sono: senso di soffocamento, vertigini, capogiri, sudorazione eccessiva, fame d’aria, tremori, palpitazioni, difficoltà nel controllo sfinterico.

Vediamo meglio la rappresentazione grafica qui sotto.

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Immagine tratta dal libro, Homework: un’antologia di prescrizioni terapeutiche (Baldini)

Attenzione però, parlare di ansia in generale è molto riduttivo in quanto esistono tanti tipi di ansia quante persone che la vivono, quindi non la generalizziamo, ma impariamo a riconoscere quali sono le emozioni di base personali che la sottendono e che ne sono espressione di malessere proprio perché le emozioni non riconosciute a livello cosciente, mettono in atto la manifestazione ansiogena. L’ansia è quindi una reazione ad un’emozione non riconosciuta, accettata o controllata, e questa potenza viscerale che si prova è proprio legata al fatto che quella emozione se riconosciute potrebbe essere in grado di cambiare la propria percezione di sé e far vedere qualcosa di sè che ancora non si è pronti ad affrontare.

COS’E’ L’ANSIA?

È un’emozione, ovvero uno stato discreto del sistema nervoso centrale.

“Intenso moto affettivo, piacevole o penoso, accompagnato per lo più da modificazioni fisiologiche e psichiche” (Dizionario della lingua italiana, Garzanti, 1994).

Le emozioni sono campanelli che suonano, avvertendoci che qualcosa in noi o intorno a noi non va più bene, sono guide, sono funzionali per i nostri cambiamenti e crescite personali.

Il termine ansia viene dalla parola Latina Angere – stringere ed è definita come una spiacevole sensazione di pericolo che non ha causa definita.

Non dimentichiamo che l’ansia provoca la stessa attivazione somatica dell’emozione della paura, la differenza tra le due emozioni risiede nella causa.

Nell’ansial’inquietudine è ignota, mentre nella paura l’oggetto del pericolo è conosciuto (e proprio per questo è temuto).

COME SCEGLIERE I FIORI DI BACH PER ABBASSARE LO STATO DI ANSIA

I fiori di Bach sono rimedi floreali ideati e scoperti da Bach, il quale affermava che per curare la persona nella sua totalità si dovevano prendere in considerazioni le sue emozioni piuttosto che il sintomo della malattia.

I fiori di Bach non hanno nessuna controindicazione e sono spesso consigliati anche per i bambini e per gli animali.

I fiori usati per l’ansia sono:

1) CHERRY PLUM 

cherry plum fiore

Il fiore della grande sensibilità.

Le persone con disarmonia Cherry Plum, hanno un grande autocontrollo, e temono di non reggere più le pressioni su di sé, quindi avvertono la sensazione di stare per scoppiare da un momento all’altro o di impazzire.

Stato armonico:  vivere con serenità la propria sensibilità

 2) OAK 

oak

Questo fiore aiuta a superare lo stress del “fare”, le persone con disarmonia OAK vivono con l’ansia di dover fare sempre di più per un eccessivo senso di responsabilità.

Eccessivo accanimento al dovere.

Stato armonico: Accettarsi per quello che si è non per quello che si fa.

3) ROCK ROSE 

rockrose

Questo fiore viene utilizzato quando la persona soffre di attacchi di panico, terrore paralizzante.

La sua essenza è ideale per combattere l’ansia per cose ignote e nervosismo e senso di impotenza. 

La persona con disequilibrio Rock Rose somatizza nello stomaco.

Lo stato armonico rock rose: CORAGGIO, FORZA.

4) STAR OF BETHLHEM

star of b

E’ un fiore utilizzato per il superamento di traumi bloccati.

La persona che vive la disarmonia di Star of Bethlhem  vive una sorta di apatia, più che ansia qui parliamo di stress,  la persona si sente senza forza vitale.

Stato armonico: forza nell’affrontare i traumi

RESCUE REMEDY 

Considerato il pronto soccorso naturale dell’ansia e dell’attacco di panico.

Il rimedio è il mix di 5 fiori: ROCK ROSE, CLEMATIS, IMPATIENS, CHERRY PLUM. STAR OF BETHLHEM

Nel momento acuto dello stato di tensione vanno assunte 4 gocce, se lo stato di agitazione permane le gocce possono continuare ed essere assunte a distanza di 5 minuti, finché non si abbassa lo stato di allerta.

 

Come si assumono i fiori di Bach: 

Assumere 4 gocce sublinguali 4 volte al giorno per tutta la durata della cura, meglio se con 20 minuti di distanza ai pasti.

Gli effetti si vedono dopo almeno tre settimane di cura

 

 

 

TuaPsicologa

Ti riconosci nell’idea che gli altri hanno di te?

Sei te stesso o sei quello che gli altri pensano di te?

Immagino che anche tu, quando eri ancora un bambino/a, hai dovuto lottare per la tua integrità, all’epoca dell’asilo potevi difenderti con il vecchio metodo dei picchiatori, oppure con le urla e i pianti, ma poi con il tempo hai dovuto imparare a sub liminare i tuoi istinti e adottare un comportamento socialmente accettabile, alla fine sei riuscito a differenziarti dagli altri, hai mosso i primi passi per essere chi volevi e hai combattuto per le tue convinzioni fino a sembrare arrogante, da adolescente avrai sviluppato delle convinzione e credenze che poi saranno diventate la base del tuo carattere e dei tuoi comportamenti; le convinzioni che hai assorbito come una spugna negli anni sono quelle che utilizzerai ogni volta che vorrai raccontare te stesso e riconoscere il mondo. Le convinzioni sono delle lenti che ti permettono di guardare il mondo attraverso un filtro diverso da chiunque altro. Le lenti che oggi indossi, sono il risultato di aggiustamenti, di convinzioni che nel tempo ti hanno fatto diventare TE; purtroppo a volte il filtro delle lenti tenderà a condizionare la tua vita e ti convincerà di possedere la certezza assoluta di come è giusto vivere; beh, questo è l’errore più grande che si possa commettere, infatti basterebbe, togliersi le lenti per comprendere che niente è realmente come sembra, la realtà è relativa ed esiste solo negli occhi di chi la guarda.

Ti basta pensare che nel mondo ogni persona  sviluppa credenze diverse dalle tue che restano un marchio personale per lui ed il suo sistema.

E come nascono le idee?

Le idee si creano quando la vita ti porta a confermare delle supposizioni che trovano conferma in un determinato evento e il tempo le indurisce rendendole stabili nella mente della persona che le sperimenta e quindi limitanti in alcuni contesti, infatti continueranno a confermare il tuo modo di vivere, perché ognuno ha la disperata esigenza di riconoscersi e perpetuare l’idea che ha di se stesso, nello stesso modo le idee su altre persone sono le stesse che si hanno di se stessi e del mondo, quindi si tende a proiettare sull’altro sentimenti e comportamenti che appartengono a se stessi.

 

Per esempio, un bambino che ha avuto delle figure di attaccamento distanti o poco attente alle cure, potrà sviluppare delle credenze in cui la vicinanza fisica con le persone non sia importante per sviluppare un sano rapporto di fiducia, infatti, ogni volta che da bambino, chiedeva un abbraccio ai suoi genitori, veniva respinto, sviluppando nel tempo, la credenza che per non essere rifiutato ed essere amato, deve mantenere la distanza fisica e allo stesso modo svilupperà la convinzione che le persone sono fredde e poco amabili.

Da questo esempio puoi immaginare quanto possa essere distruttiva una credenza.

Ritornando al dilemma iniziale, sapresti darti una risposta?