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Il bambino in seduta psicologica

Quante volte vi sarete chiesti cosa fa in seduta psicologica vostro figlio?

Cercherò in questo breve articolo di descrivere le modalità di comunicazione più usate dagli psicologi con i bambini più piccoli.

Ovviamente il testo è riduttivo in quanto i clinici sono liberi di essere creativi con i bambini ed usare molte tecniche stimolanti e giochi divertenti basta che abbiano come scopo ed obiettivo finale quello di aiutare il bambino a superare i propri disagi emotivi e/o comportamentali.

Ricordiamoci che il bambino deve poter trovare all’interno dello studio clinico un ambiente sicuro dove poter esprimere liberamente se stesso.

Il clinico dovrà mostrarsi cordiale e pronto ad uno scambio affettivo.

Le modalità comunicative con i bambini possono essere descritte in modo schematico qui sotto:

Il gioco: attraverso il gioco il bambino riesce a dominare le sue paure, e proiettare sui personaggi del gioco la sua vita e l’immagine introiettata che ha delle persone significative.

Per un clinico è importante avere in studio: macchinine, bambole, peluche, armi giocattolo, piattini e posate.

Attraverso il gioco, si possono analizzare i movimenti del bambino, la velocità in cui cambia gioco, gli scambi con l’esaminatore, i giochi che predilige, inoltre il gioco libero può rappresentare anche un’azione di ice breaking per bambini inibiti.

Il dialogo immaginario: il suo prototipo è il gioco con le marionette, ma si possono inventare favole e storie o il gioco di ruolo (ex: gioco della scuola) in questo modo sarà possibile conoscere attraverso gli scambi di parole tra il bambino e l’esaminatore il modo in cui il bambino si relaziona all’altro, il modo in cui entra nella relazione e come si vede negli occhi dell’altro, inoltre potrà raccontarsi attraverso una depersonalizzazione che dia la libertà di esprimere le sue difficoltà senza parlare in prima persona.

Il disegno: È utile lasciare a portata del bambino sempre dei fogli (già predisposti prima in ordine sparso su un tavolino con un astuccio con matite e colori).

Il bambino una volta aver preso confidenza con l’ambiente che lo circonda potrà essere invitato dal clinico a fare un disegno spontaneo e successivamente potrà essere proposto un ulteriore tema.

Si può proporre anche la tecnica dello squiggle di Winnicott dove il bambino ed il clinico giocano insieme ad inventare dei disegni partendo dallo scarabocchio l’uno dell’altro.

Il dialogo tradizionale: questa modalità potrebbe essere usata già con i bambini di 7 anni, anche se in questa età si prediligono ancora altre tecniche, il dialogo tradizionale diventerà utile dagli 11 anni in poi.

Ovviamente il clinico deciderà quale tecnica sia maggiormente utile per il singolo caso.

È fondamentale per aiutare il bambino, che lo psicologi e i genitori instaurino un rapporto di fiducia e collaborazione, che lavorino insieme per raggiungere gli stessi obiettivi e (a volte) che i genitori stessi si mettano in gioco in prima persona cercando di smussare dei comportamenti che invece di depotenziare il sintomo del bambino lo rinforzano, attraverso delle sedute di parent training.

Facendo un lavoro di squadra i genitori potranno notare ed accogliere quei bisogni non espressi del bambino e aiutarlo con il loro calore emotivo.

I test nei bambini

Per i bambini si possono utilizzare diversi tipi di test a seconda di quello che si vuole misurare: per esempio si useranno i test di livello, per valutare il quoziente intellettivo, test di personalità, per avere una valutazione qualitativa dei processi psichici che concorrono all’organizzazione di personalità, test proiettivi, che come caratteristica hanno quella di proporre uno stimolo percettivo più ambiguo possibile, affinchè il soggetto proiettivi al massimo la sua caratteristica problematica; i test proiettivi possono essere strutturati, come il rorschach (che indaga come il soggetto vive le sue esperienze, l’organizzazione della sua personalità, il suo modo di cogliere la realtà, il suo equilibrio psichico) e i test tematici, come il t.a.t che indagano bisogni, conflitti, aspirazioni, timori, sentimenti.

In ultimo, i test maggiormente usati con i bambini, ma non solo, sono i test carta e matita, che hanno come vantaggio il richiedere un materiale ridotto, appunto carta e matita.

Esistono varianti più o meno codificate del disegno infantile in cui intervengono sia le capacità prattognostiche del bambino che la dimensione proiettiva.


Tratto dal libro: psicopatologia del bambino di J. De Ajuriaguerra, D. marcelli, Casa editrice Masson, 1990


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La psicoterapia post-razionalista: il mio approccio terapeutico con il paziente costruttore di realtà

Nell’articolo precedente ho accennato al mio approccio terapeutico cognitivista post razionalista integrato con l’approccio analitico interpersonale (non farò pubblicità alla  mia scuola di psicoterapia, quindi ometterò il suo nome di proposito).

La scelta del modello terapeutico da seguire in psicoterapia per nessuno psicologo è semplice, infatti l’approccio terapeutico sarà la base da cui partiranno tutti gli interventi terapeutici; per questo credo sia importante scriverne un articolo, e parlare di quanto sia stato importante per me affidarmi ad un approccio piuttosto che ad un altro (spero questo articolo possa essere utile per giovani colleghi che sono alla ricerca di una scuola di psicoterapia che completi i propri studi, ma anche utile al paziente che decide di intraprendere un percorso terapeutico con me).

Ritornando alla scelta dell’approccio è stata una scelta decisiva per la mia professione ma devo dire è stata molto sofferta!

Per scegliere la scuola di psicoterapia, per prima cosa ho scritto su un foglio quali fossero per me le teorie più importanti della psicologia (quelle cose per me fondamentali da trattare – per esempio, sapevo di non poter rinunciare allo studio dell’attaccamento infantile, alle teorie di Bowlby e della Crittenden) e quindi ho iniziato ad informarmi tramite colleghi, tutor, internet, libri quali approcci e scuole andassero a sviscerare tali temi.

Successivamente mi sono guardata allo specchio (metaforicamente!) e ho deciso di scrivere (sempre sul foglio di prima) le mie caratteristiche personali e come mi sarei immaginata in seduta con l’altro, per esempio, quali caratteristiche avrei voluto portare con me? sicuramente:  l’empatia, l’informalità e la flessibilità; queste caratteristiche personali non avrebbero potuto andare d’accordo con approcci troppo ortodossi e quindi sono partita alla ricerca della scuola basandomi su chi ero io  e che tipo di terapeuta volevo diventare! dopo aver fatto un tour in tutte le scuole messe nel mio mirino, ho iniziato a fare una scrematura, basandomi sui criteri scritti sopra e alla fine mi sono lasciata completamente rapire dallo spirito di una di queste, ricordo la sensazione provata entrando lì dentro, era un mix di meraviglia, stupore e senso di familiarità, tutto sembrava coincidere con le mie aspettative e quello che avrei voluto dare all’altro.

Tutte le scuole che avevo visitato prima, infatti, non andavano a sposarsi con i miei valori, e nonostante fossero molto prestigiose (nulla da togliere agli altri approcci terapeutici) alla fine sono arrivata alla conclusione che, semplicemente non facevano per me! Molte scuole, erano costruite intorno a metodi rigorosi e direttivi, che se da una parte mi tranquillizzavo per la possibilità di possedere una valigia di tecniche specifiche sempre pronte per ogni problematica, e quindi nel sentirmi più tranquilla negli interventi, dall’altra mi terrorizzava l’idea di perdere la cosa per me più importante da portare in relazione con il paziente “la MIA soggettività”, la mia arte di improvvisazione e la mia voglia di rendere UNICA la persona che avrei avuto di fronte! Anche perché, in realtà molti studi scientifici hanno dimostrato che non esiste una tecnica terapeutica migliore delle altre, ma il fattore predittivo di una buona riuscita terapeutica è LA RELAZIONE, L’EMPATIA, LA FIDUCIA CON IL PAZIENTE,  quindi i fattori predittivi che misurano l’andamento della terapia sono tutti ASPECIFICI alla tecnica usata (che è più utili a noi terapeuti che ai pazienti).

Quindi ho scelto ascoltando il mio cuore, il mio istinto e la mia personalità (non a caso il mio approccio aiuta il paziente ad osservare le sue emozioni e a seguire il suo vero se)  e il mio approccio è davvero costruito sulla flessibilità e sull’integrazione di molte tecniche diverse tra loro, è centrata sulla persona,  e soprattutto va oltre l’idea dello psicoterapeuta “sfinge”, ovvero la convinzione di supremazia e superiorità del terapeuta nel possedere la verità assoluta, lasciando spazio ad una relazione equilibrata che renda il paziente costruttore di realtà! Attraverso la narrazione, il paziente (strumento principale) porterà il terapeuta ad entrare nel suo mondo, a guardarlo attraverso le sue lenti (il terapeuta senza cercare  di portarlo a leggere il mondo con altri occhiali) avrà il compito di rendere flessibile la persona nei suoi significati personali, e potrà perturbarlo, o meglio “scutere” il suo sistema per farlo riorganizzare, senza inserire cose, idee, principi, valori che non gli appartengono, semplicemente insegnandogli ad esplorarsi! La relazione con il terapeuta rappresenterà la base sicura dove il paziente, potrà sperimentarsi e farà da specchio alle vecchie e future relazioni, portandolo a vivere in modo sano e maturo tutte le sue interazioni, abbandonando schemi disfunzionali.

L’approccio post-razionalista è stato coniato per la prima volta negli anni ’80 da Vittorio Guidano, è un filone che mette in luce l’aspetto emotivo dell’individuo e della sua relatività nel vivere e conoscere il mondo andando oltre il comportamentismo che si limitava a studiare i comportamenti e considerare la mente come una scatola nera.

Attraverso il cognitivismo post-razionalista il paziente può muoversi insieme al terapeuta in una esplorazione profonda del proprio se e osservarsi come farebbe uno scienziato capace di mettere in luce tutte quelle dinamiche personali che caratterizzano il suo significato personale., il suo compito sarà quindi, quello di imparare ad auto-osservarsi e guardarsi dentro come se stesse guardando un film da spettatore.

L’obiettivo della terapia sarà quello di ampliare la flessibilità di significato personale e non trovare criteri di veridicità obiettivi di come vivere la vita, in quanto si rispetta il modo di vivere del paziente e la sua soggettività.

Il terapeuta insegnerà alla persona a ricostruire i significati personali costruiti in relazione alle esperienze emotive vissute nella fase evolutiva.

La cosa più interessante del mio approccio è quello di integrare al costruttivismo di Vittorio Guidano il modello di Lorna Benjamin, in un potente strumento in grado di rendere al paziente tre diagnosi: la classica da manuale DSM 5, la diagnosi post razionalista e la diagnosi interpersonale (il modo in cui il paziente entra in relazione con gli altri, come si vede nella relazione e come si percepisce in relazione) sapendo che le prime relazioni di vita possono influenzare il modo in cui una persona entrerà in contatto con gli altri e sopratutto saprà predire quali persone si preferisce avere al proprio fianco, ovvero, quelle che saranno capaci, di portare avanti quella trama di aspettative sul proprio essere.

L’approccio che utilizzo in seduta è quindi un approccio che mette la persona al centro della terapia e alleata al terapeuta diventa protagonista della costruzione della realtà in un viaggio alla scoperta delle emozioni base che spingono a muoversi nel mondo e con gli altri.

Come la persona può tornare a stare bene?

Quando la persona avrà un insight, un’illuminazione, da questo momento, il terapeuta potrà muovere i primi passi verso una riorganizzazione del materiale interno, in questa fase di intervento, la persona avrà come l’impressione di aver trovato quel filo conduttore che ha mosso da sempre le sue azioni fino a quel momento; il compito del terapeuta è solo quello di rielaborare il tutto, renderlo a lui accessibile attraverso processi di generalizzazione,  in modo che possa comprendere i motivi profondi dei suoi scompensi e creare un nuovo equilibrio personale.

Ovviamente è importante ricordare alla persona in seduta, che a volte il processo terapeutico sarà doloroso, faticoso, e lasciarsi andare ad un nuovo equilibrio a volte significherà staccarsi da una parte di se (anche se disfunzionale) che non si vuole abbandonare perché legata a vecchi ricordi e quindi si vorrà lasciare la terapia per restare quello che si era in passato, si vivranno spesso momenti di lotta interna, in cui  la scelta è restare come si è oppure cambiare..

Io in un training nella scuola di psicoterapia!!! 🙂

training

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I miei errori prima di diventare psicologa

Oggi voglio scrivere qualcosa di diverso rispetto ai soliti articoli tecnici di psicologia ed aprirmi a voi per raccontarvi la mia storia professionale con tutti gli errori che ho commesso prima di spiccare il volo e diventare psicologa.

Ho deciso di fare questo articolo per dare coraggio a tutti quelli che hanno paura dei cambiamenti e che per questo non osano, restando ancorati a situazioni “sicure” che non comportano rischi, ma che fanno stare male.

Questo lo dico perché spesso vedo intorno a me professionisti (di ogni tipo – non solo psicologi) super preparati tecnicamente che rimangono imbrigliati in lavori che sminuiscono le loro competenze (tutto il rispetto per il lavoro – chi mi conosce sa quanti ne ho fatti in passato per pagarmi gli studi ed i miei sogni – e si, a volte i sogni costano molto!) ma ritorniamo ai professionisti super tecnici, perché sono bloccati? Perché sono impauriti, beh, io ero una di loro!

Quando ho deciso di inscrivermi alla facoltà di Psicologia avevo 18 anni e nessuno mi aveva detto quanto sarebbe stata difficile la strada verso la professione, tanto meno che le possibilità di essere assunti all’interno di strutture pubbliche erano pari a Zero, e che forse l’unica strada per lavorare sarebbe stata quella di intraprendere la via della libera professione! (Forse è stato meglio non saperlo all’epoca, beata spensieratezza) quindi ho iniziato la salita verso la laurea, (diciamo che già decidere di laurearsi è una cosa da ricchi o comunque persone benestanti quindi provenendo da una famiglia umile decisi di iniziare a lavorare all’interno di un bar) e tra servire caffè e cappuccini e giornate di studio intenso (mentre tutti i miei amici uscivano) sono arrivata alla laurea triennale.

Ovviamente per chi decide di fare lo psicologo non può fermarsi ai primi 3 anni ma deve continuare a studiare per prendere la laurea specialistica di altri due anni! Che dire, gli anni più belli della mia vita: spesi tra serate a San Lorenzo con i compagni di corsi, chiuse sui libri, capuccini al bar.

Tutto bello finchè si aggiunse a tutto questo il tirocinio (all’epoca c’era l’obbligo di tirocinio pre lauream in facoltà) ed io decisi di trascorrere le mie ore nella comunità terapeutica di Villa Maraini, dove ebbi il mio primo approccio con pazienti tossicodipendenti (un’esperienza molto intensa per una ragazza di poco più di 20 anni).

Il tirocinio mi aiutò moltissimo ad imparare a dire NO, e distanziarmi dall’altro, perché per aiutare l’altro si deve stare ad una distanza sufficiente, che permette di essere vicini ma non troppo! (Per me questa è stata la più grande difficoltà della professione) comunque tra notti insonni per preparare gli esami sono passati anche gli ultimi due anni! Vi mostro la mia felicità il giorno della laurea specialistica.

Ero felicissima la mia gioia era immensa, ma il bello ancora non era arrivato!

Successivamente, mi licenziai come cameriera e iniziai a fare i primi lavoretti da neo laureata, lavorai per un progetto di employer Branding per Unilever e recruiting,

poi iniziai a lavorare in una società di comunicazione (imparai tante cose sui social sulla scrittura e conobbi persone fantastiche) eppure ad un certo punto sentì che quello non era il mio posto, così, come a mio solito, mollai tutto per rimettermi in gioco!..Quando una persona mi aprì gli occhi e mi disse:”forse è il caso che ti abili alla professione?”💡

Aveva ragione, era arrivato il momento di prendersi sul serio, così iniziai il tirocinio post lauream di un anno presso l’ospedale Spallanzani, qui ed ebbi la possibilità di osservare i primi colloqui individuali e confrontarmi con professionisti TOP!

Questa è la foto che sancisce la fine del mio tirocinio!

Dopo iniziai a studiare come una forsennata, il mio unico pensiero all’epoca era superare il mio ultimo ostacolo, l’esame di stato per l’abilitazione alla professione!😰😱

(Pensavo ultimo – in realtà era solo l’inizio)

Dovete sapere che l’esame di stato terrorizza ogni studente di psicologia: 3 prove scritte e una orale con probabilità di superarle tutte pari al 20% .

Si narra di gente bocciata 6 volte, flotte di persone che vanno in altre università di altre Regioni per sostenere gli esami! Io?

Decisi di studiare e provare, e finalmente diventai psicologa!(ancora oggi non so se passai l’esame per il profondo studio o per sola fortuna).

Ma a breve sarebbe continuata la mia vagonata di errori.

Se ripenso a quei momenti, mi penso disorientata, infatti vagavo alla ricerca del mio posto nel mondo, alla ricerca disperata di un lavoro vero, d’altronde tutti i miei amici già lavoravano ed io volevo realizzarmi!

Quindi ricominciai a lavorare come cameriera e nel frattempo avrei cercato la mia strada (forse all’epoca credevo di trovarla nei fondi di caffè, chissà) ma smanettando su internet mi accorsi che l’unico posto per essere assunti come psicologi era fare l’hr (risorse umane -colloqui di selezione) quindi feci un master in hr management! Capì come muovermi su un palco, strutturare assessment group, colloqui individuali, lavorare in team, ecc, ma poi capì che non era per me! Ricominciai a guardarmi intorno, e frequentare gli eventi dell’ordine degli psicologi del Lazio, poichè ero venuta a conoscenza delle iniziative che facevano per i nuovi inscritti all’ordine, quindi giornate formative sul come promuoversi e come iniziare la libera professione?!?!? (Ora ho il piacere di fare la formatrice anche io in questi corsi all’interno dell’ordine♥️)

Però nei corsi si parlava spesso di Libera professione….

Ma come avrei fatto a iniziare?

E poi, proprio io, che venivo da una famiglia che ha sempre pensato che la cosa più sacra è il posto fisso!? Io che avrei dovuto tirarmi su le maniche e fare tutto da sola per avviare una professione che ancora non conoscevo? Mmmmmh

La cosa mi spaventava ma allo stesso tempo incuriosiva e iniziai ad aprire il mio primo blog (forse pensandoci adesso la libera professionista è davvero l’unica cosa che io avrei potuto fare nella vita, ma questo è il risultato di una consapevolezza maturata negli anni, all’epoca ancora non ero: “ne carne e ne pesce” mi dividevo tra sentirmi una cameriera ed essere una psicologa).

Per fortuna però la mia curiosità e la mia passione mi spinsero a saperne sempre di più di psicologia, finchè un bando all’interno dell’ordine degli psicologi del Lazio, sulla selezione di un candidato che aderisse al gruppo di lavoro “psicologi del Lavoro” mi passò davanti gli occhi, e senza pensarci su due volte scrissi il progetto che richiedevano per essere scelti e mi presero!!!! Ero la persona più felice del mondo, finalmente iniziavo a fare qualcosa di Psi!!!

Grazie a tutti i colleghi del gruppo di lavoro, mi appassionai anche al filone dell’orientamento al lavoro e allo sviluppo di carriera ed ad oggi sono ancora con loro a fare dei progetti fichissimi!

Però prima ho parlato di errori, si perché la realtà è che se avessi capito prima, che la mia strada sarebbe stata la libera professione, non avrei perso tempo a scervellarmi ed a umiliarmi cercando lavori dove non ero riconosciuta perché non potevo dare il mio meglio e soprattutto non sarei stata così male, ma all’epoca non lo capì e ricominciai a fare la cameriera, questa volta motivata dall’idea che avrei investito nella mia crescita! La cameriera Ilaria negli anni divenne anche: segretaria, commessa, hostess, baby sitter, tutor d’aula, impiegata, animatrice, ecc ecc, ho fatto davvero tantissimi lavori (mi sono serviti tutti), ma soprattutto ho potuto iniziare a credere di investire su di me e sulle mie competenze, quindi mi sono segnata alla scuola di specializzazione in psicoterapia di orientamento cognitivo interpersonale (in un altro articolo spiegherò che cos’è e perché ho scelto questo approccio)!

Successivamente però continuavo a sbagliare, perché, ovviamente non ci pensavo minimamente a mollare i miei famosi lavori “salvagente” e continuavo a vivere la mia vita separata tra psicologia e tanto altro, altro, altro…

L’errore più grande che ho commesso è stato quello di non credere abbastanza in me stessa, ma credere tantissimo nella convinzione che prima di iniziare a lavorare come psicologa, avrei dovuto conoscere alla perfezione tutte le teorie e le tecniche psicologiche in uso (ad oggi dico:”rilassati, non potrai mai conoscere tutto) il mio pensiero era: “in mano avrò la salute psichica di una persona, devo essere certa di essere preparara alla perfezione per poterla aiutare” eppure nonostante altri corsi, master e la scuola di psicoterapia, non mi sentivo mai pronta!

Ero come i professionisti che vi ho scritto all’inizio, ero completamente terrorizzata dall’idea di restare senza nulla tra le mani e non parlo solo di money ma proprio della paura di non fare niente, di diventare una larva e di perdere interesse per la mia vocazione (la mia vocazione è sempre stata quella di fare qualcosa per aiutare gli altri) quindi non solo continuai ad aumentare le attività, i corsi, lo studio, per prepararmi ma dall’altra parte mi sovraccaricai di lavoro “altro ” e (per aggiungere la ciliegina sulla torta) decisi di andare a convivere e prendere un cane!

Questa mia nuova condizione di vita, mi portò a complicare ancora più le cose visto che dovetti per forza di cose lavorare di più! Fino al punto di non avere più un minimo di tempo libero!

Mentre le mie competenze psi aumentavano: attraverso i tirocini, consulenze a scuola, colloqui in farmacia, all’ospedale, all’onlus (dove ancora collaboro) in proporzione aumentava anche il tempo che gli dedicavo, ma il bello è che il tempo dedicato ad “altro” non decresceva!!!

Ero al punto di implodere, al punto di non ritorno e solo quando decisi che forse era il caso di volersi più bene e credere al fatto reale che ero diventata una psicologa in grado di fare buoni interventi, che capì che era il caso di smettere di continuare a sbagliare.

A poco a poco iniziai a tagliare, feci anche scelte drastiche (pazze) rinunciai ad un contratto di lavoro, al mio passato e alla mia doppia vita (un pò psi un pò altro).

Credo che a tutti succeda prima o poi, di sentire l’esigenza di voler aprire gli occhi, a me questo è avvenuto quando ho sentito dentro di me, cambiare il modo in cui mi percepivo, quando ho iniziato ad ESSERE una psicologa nella mia anima (sulla carta lo ero da anni), e in quel momento ho sentito, che nonostante tutte le paure, nulla poteva più tenere a freno quel ciclone di emozioni che mi attraversavano e mi dicevano: ” sei pronta, ora puoi fare qualcosa per gli altri”

Quindi professionisti impauriti, tutto si può, se si vuole davvero, anche se la paura di cadere nel vuoto rimane!

Ammetto, è stata difficile e ancora lo è, ci sono momenti in cui mi faccio molte domande, per esempio mi chiedo chi sarei diventata se avessi preso un’altra strada, come avrei vissuto, ma poi mi guardo allo specchio e penso che non avrei mai potuto essere altro.

Ed oggi ancora non mi sento in cima alla mia montagna, ma comunque so che il vero traguardo non sarà arrivare alla cima ma tornare sani e salvi alla partenza!

dott.ssa Ilaria Pavoni -PSICOLOGA- 😃

TuaPsicologa

L’unione simbiotica da adulti: masochismo VS sadismo

Spesso sento parlare di “amore simbiotico” come se fosse qualcosa di positivo, quel gradino finale da raggiungere per avere un rapporto perfetto, proprio come quello che si stabilisce da neonati con la mamma.

Ma cosa significa stabilire con l’altro un legame simbiotico?

Nel legame biologico mamma-feto, i protagonisti sono due in uno, ognuno ha bisogno dell’altro, il feto per la sopravvivenza stessa e la madre per esprimere quel senso di benessere generato dalla consapevolezza di aver creato vita donando amore ad un altra persona; questo attaccamento viscerale, durerà fino a quando il bambino avrà acquistato la maturità cognitiva per distinguersi dall’altro e riconoscersi come una persona a se, infatti, con il tempo, imparerà a prendere le distanze dalla base sicura ed allontanarsi sempre di più dalla mamma per sviluppare altri rapporti significativi, mantenendo la consapevolezza della sicurezza di quel legame, però, a volte, capita che alcune persone riescano ad avvicinarsi ad altre persone soltanto fondendosi in una unica entità indistinta proprio come in quel legame primordiale con la mamma, questo tipo di legami sono disfunzionali e possono distinguersi in due forme, una passiva e l’altra attiva.

La forma passiva di questo tipo di unione è quella della sottomissione ovvero del masochismo. Il masochista non tollera il senso di separazione dall’altro per questo ricerca un legame di dipendenza, dove il senso di solitudine viene attenuato dalla piena sudditanza o obbedienza, l’altro si trasforma nel salvatore che protegge; il masochista non esiste se non in relazione all’altro, che diventa “tutto il suo mondo” come la mamma lo era per il feto; questo senso di inefficacia alla vita rende l’altro l’unico responsabile del bene e del male dell’individuo, creando nel sottomesso l’idea di un’immagine di se che esiste in corrispondenza all’immagine che gli rimanda l’altro.

La forma attiva dell’amore simbiotico è il dominio ovvero il sadismo; anche il sadico vive un grande senso di inefficacia e di insicurezza legate alla paura della solitudine, ma come strategia per proteggersi dalla perdita utilizza come strumento, il possesso dell’altro.

sublima se stesso, incorporando un altro essere, che lo idolatra. (Erich Fromm)

Neppure il sadico può vivere senza l’altro che lo nutre con la sottomissione. Anche se a prima vista, il sadico potrebbe sembrare “quello che comanda” la relazione, in realtà neppure lui riesce ad avere un’integrità senza l’altro, per cui è dipendente dal masochista, che lo rende “vivo” con la sua sudditanza.

Nel senso più profondo ed emozionale, la differenza tra masochista/sadico è irrilevante in quanto entrambi vivono le relazioni in maniera fusionale e senza integrità. L’unica forma di vicinanza all’altro è la strumentalizzazione stessa della persona che diventa l’unico oggetto consolatorio capace di coprire una mancanza più grande, quella della solitudine, trasformando il partner nel feticcio del proprio piacere.

Al contrario il vero amore, quello maturo è quello che si unisce senza fondersi, è quello che rende i partner vicini ma distinti.

L’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi limiti, che gli fa superare il senso di isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere se stesso e mantenere la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell’amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due. (Erich Fromm)

 

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Dott.ssa Ilaria Pavoni

TuaPsicologa

Io DEVO avere tutto sotto controllo!

Quante volte ti è capitato di dire questa frase: ” io per stare bene devo tenere tutto sotto controllo”? E quante volte ti sei sei dimenticato del tuo benessere fisico e mentale per finire un lavoro in ufficio?o un compito di cui ne eri responsabile?

Se pensi di essere una persona responsabile, piena di doveri, con forte integrità mentale, rigida, con forte ipercontrollo, questo articolo fa per te!

Dietro questo identikit, in realtà potrebbe nascondersi una persona che ha paura di “sbagliare” perchè attenta a rispettare degli standard ed ideali troppo alti per sè. Quindi, un piccolo passo per imparare a vivere meglio le giornate, potrebbe essere quello di evitare di utilizzare le”doverizzazioni” come “IO DEVO FARE”, “PER FORZA, OGGI FACCIO”??? Beh, queste sono considerate la strada più breve per essere tristi, infatti considerare dei doveri anche  le cose più semplici, è un fagotto troppo pesante da portare sulle spalle tutto il giorno, quindi impara a parlare di POSSIBILITÀ ricordando che le parole che usi pesano sulla mente, non a caso già  nel 1 sec. Epitteto scriveva:

“L’uomo è agitato e turbato non tanto dalle cose, ma da ciò che egli pensa sulle cose”.

Inoltre, pensare che ogni cosa che si fa è un dovere da compiere, sarà il modo più facile per diventare frustrati davanti ad un fallimento, e la strada del cambiamento sarà più lenta e tortuosa.

Spesso, per evitare i fallimenti e raggiungere la perfezione, ci si dimentica della propria saluta fisica e psicologica (che al tempo stesso è la prerogativa essenziale da possedere per dare un contributo positivo a ciò che è intorno).

Quindi ricordati dei tuoi bisogni per essere felice!

Ricorda che è “dovere” perchè tu gli hai dato questo significato e che può essere ridimensionato in qualsiasi momento, nel caso diventasse  l’incubo che compare in tutte le tue notti, quindi sei sempre tu il fautore di possibili cambiamenti!

Per quanto riguarda il tema dell’ ipercontrollo, questo potrebbe essere l’espressione di un’insicurezza nel vivere liberamente e con sensi di colpa la parte più istintiva ed autentica di sè, per dover apparire sempre “in ordine” “puliti” P-E-R-F-E-T-T-I per non mostrare le proprie debolezze agli altri, ma soprattutto a se stessi; questo meccanismo di difesa ripetuto nel tempo crea intorno alla persona una corazza tanto rigida da riuscire a tenere fuori qualsiasi emozione tanto da sembrare “freddi”, la paura di emozionarsi ed avvicinarsi alle emozioni degli altri, porterebbe le persone a focalizzarsi sul FARE piuttosto che sul ESSERE se stessi trascurando la bellezza della sfera emotiva.

“Fare”sempre qualcosa e lo stare sempre in movimento aiuta le persone ipercontrollanti a non pensare, infatti le stesse tenderebbero a controllare ciò che è fuori di loro proprio per l’incapacità di gestire e “controllare” le emozioni, che per questo si affacciano in maniera più violenta con somatizzazioni corporee, ansia e attacchi di panico.

Il mio consiglio è:

se sei diventato schiavo del dovere, e non riesci più ad essere spontaneo e non accetti il fatto di  non essere perfetto, chiedi aiuto ad uno specialista, questo sarebbe il primo passo per prendersi cura di se stessi, una coccola all’anima e un modo per fermarsi e stare più tempo con la parte più vera di sè!

Impara ad amarti, spesso si è migliori di quello che si pensa, basta accogliere i propri limiti e imparare a riderci su! L’ipercontrollo anche quando sembra essere l’unico modo per sentirsi sicuri, in realtà è una gabbia che ruba energie e sorrisi!

Dott.ssa Ilaria Pavoni psicologa

Tel. 392 609 0199

Riceve in zona Eur (Rm)

TuaPsicologa

Come vivere le emozioni senza farsi sovrastare

Spesso quando si parla di emozioni si ha sempre tanta difficoltà a decodificarle ed accettarle, infatti il più delle volte ci si sofferma sul sintomo o sul distretto corporeo che interessano senza realmente capire cosa sta accadendo nel preciso momento in cui affiora quel turbine emotivo che sovrasta, ma in quel momento ricordate che non è solo il corpo a cambiare, ma è anche la percezione di sè.

Sarebbe quindi opportuno riuscire a capire non solo come ci si sente fisicamente di fronte a certe emozioni ma sentire come si percepisce se stessi in quel momento, come oscilla l’idea che abbiamo di noi stessi, se quell’emozione ci imbarazza, rende ridicoli, ci fa sentire deboli o venire i sensi di colpa o addirittura percepire come persone non degne d’amore.

Questo perché le emozioni nascono proprio da chi siamo e dai valori che abbiamo, così persone più sensibili al tema del giudizio, nel provare un emozione “tabu” come la rabbia si sentiranno inadeguati e tenderanno a reprimerla o non viverla nel modo più adeguato, sviluppando il più delle volte malattie psicosomatiche (che possono coinvolgere diversi sistemi: cardiovascolare, respiratorio, gastrointestinale, disturbi dell’alimentazione, sistema cutaneo, muscolo scheletrico, genito-urinario, sistema endocrino), proprio per questo è importante riconoscerle e lasciarle fluire.

1) La prima cosa da fare è soffermarci sul distretto corporeo interessato, già questo sarà spia dell’emozione che si prova: per esempio i battiti del cuore accellerati, il nodo alla gola, e la sudorazione sono i segnali che il corpo ci manda quando siamo in “allarme” e abbiamo paura.

2) Una volta individuata l’emozione possiamo lasciarla fluire in modo gentile non ostacolante e non giudicante, come nell’esempio precedente, come se avessimo bisogno in quel momento della “paura” per renderci conto che esiste per noi un pericolo, un qualcosa che ci spaventa e che non sappiamo affrontare; quindi è fondamentale riuscire a vivere l’emozione come un segnale positivo che il nostro corpo ci invia, come una richiesta di aiuto che dovremmo imparare ad accogliere soffermandoci e facendoci alcune domande sulla nostra condizione di vita attuale.Lasciare fluire le emozioni in maniera consapevole ed usarle in maniera strumentale per conoscere meglio le  nostre arie di miglioramento è l’unico modo per accettarle e riuscire a viverle in maniera costruttiva.

3) Nel momento acuto dell’emozione ricordati di respirare in maniera diaframmatica, come i cantanti, si inspira con il naso gonfiando l’addome volontariamente e si espira con la bocca socchiusa fino a portare in dentro l’ombelico. Questo ti aiuterà ad abbassare la violenza dell’emozione qualunque essa sia!!! 

N.B. Potrai esercitarti quando vorrai a respirare in modo diaframmatico, questo ti aiuterà a rilassarti, infatti questo tipo di respirazione, utilizzata anche nella meditazione è più profonda e lenta di quella toracica che rimane superficiale e veloce, quindi permette di ossigenare meglio il sangue, rilassare la pancia e migliorare la digestione portando ad una riduzione graduale dello stress; quindi ritagliati ogni giorno alcuni minuti per praticarla.

4) Passato il momento acuto dell’emozione, rifletti su te stesso, sul periodo in cui ti trovi (non trascurare i dettagli), poni la tua attenzione su come ti fa sentire provare questa emozione e tutte le strategie che potrai adottare un futuro per viverla in maniera positiva. Ricordati che ogni volta che ti interroghi apri una finestra dentro di te che ti aiuta ad essere una persona migliore e ad essere più tollerante con le emozioni degli altri!

Inoltre sia le emozioni piacevoli che non sono essenziali per orientare a nosta vita, e ci ricordano da dove veniamo e la strada che finora abbiamo percorso…quindi non possiamo non apprezzarle e viverle, anche la tristezza è un emozione che ha bisogno di vivere, perché solo vivendola si può imparare a reagire!
Dott.ssa Ilaria Pavoni

TuaPsicologa

7 modi di amarsi

L’amore è un sentimento misterioso, che tutto invade e nulla lascia come prima del suo passaggio ed è proprio per questa forza trainante che lo contraddistingue che intriga da sempre gli studiosi. Nonostante possa essere considerato un tema soft, in realtà l’amore racchiude il modo che ogni essere umano ha di vivere le relazioni, partendo dal suo tipo di attaccamento con il caregiver.
Per quanto ognuno di noi possa sperimentare l’amore in tutte le sue sfumature personali, per lo psicologo Robert Sternberg sono tre gli ingredienti necessari per sperimentare il sentimento completo e puro dell’amore, mentre un solo elemento o la combinazione di due ad esclusione di un terzo, porterebbe a vivere in una relazione non autentica, una sorta surrogato. Per l’autore del libro “a triangular theory love” di questi ne esisterebbero 7forme. Pensando alla teoria dovremmo avere la capacità di immaginare un triangolo dove le componenti dell’amore si trovano ai vertici di esso.

Vediamo insieme quali sono le tre componenti fondamentali dell’amore per Sternberg:

  1. Intimità intesa come condivisione e il sentirsi parte di un disegno comune. La componente dell’intimità, crea l’autenticità del rapporto e la consapevolezza di vivere un legame esclusivo ed importante.
  2. Passione intesa come attrazione e desiderio impulsivo di vicinanza fisica.
  3. Impegno inteso come decidere di amare, che può portare nel tempo ad impegnarsi a coltivare il sentimento con progetti duraturi.

Ripeto soltanto  l’unione delle tre componenti, da vita al sentimento d’amore completo, un solo elemento o l’unione di due di essi porta a sperimentare diversi sentimenti d’amore, non completi:

Un solo elemento:

intimità= simpatia

In questo rapporto i due partner sperimentano vicinanza fisica e mentale, c’è empatia e voglia di condividere le proprie esperienze. Senza gli altri due ingredienti si può definire questa relazione come AMICIZIA

passione= infatuazione

Colpo di fulmine, idealizzazione dell’altro che si esaurisce quando si scontra con la realtà. Se i due partner riescono a conoscersi ed accettarsi per quello che sono realmente potrebbero continuare la relazione e sviluppare un sentimento autentico.

impegno= amore vuoto

L’unica cosa che lega i partner (o uno dei due) è il senso del dovere investito nella relazione. Spesso sono rapporti che sono nella loro fase finale.

due elementi:

intimità+passione= AMORE ROMANTICO

L’amore senza impegno è l’amore adolescenziale oppure l’amore romanzato nei film, quello dove le circostanze esterne impediscono alla coppia di progettare un futuro.

intimità+impegno= AMORE SVUOTATO

Rapporti che durano da tempo, i partner si sono consolidati a livello profondo e quello che li lega è il senso di appartenenza.

passione+impegno= AMORE FATUO

l’impegno in questo rapporto nasce solo perché mosso dalla grande passione, ma in realtà il rapporto è privo di intimità e conoscenza reciproca, ne sono un esempio i matrimoni pre-maturi che precipitano improvvisamente.

tre elementi: AMORE COMPLETO

è l’amore che tutti ambiscono, difficile da sperimentare nella sua complessità ed integrità ma soprattutto difficile da mantenere invariato nel tempo.

 

Ne approfitto per inserire la citazione del film “Le pagine della nostra vita” di Cassavetes:

“L’amore più bello è quello che risveglia l’anima e che ci fa desiderare di arrivare più in alto,

è quello che incendia il nostro cuore e che porta la pace nella nostra mente.

(Noah – Ryan Rosling)”

E voi a quale elemento date maggiore importanza?

 

 

 

Bibliografia: Sternberg R. (1986), “A triangular theory of Love”